Referendum Trivelle, tra cozze al benzene e interessi nazionali

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A un mese dal voto, non si placano le polemiche sul referendum No Trivelle, in programma per il 17 aprile. La macchina elettorale è a pieno regime e i promotori del referendum si scagliano contro il governo, accusato di aver mandato in fumo 370 milioni di euro pubblici, rifiutandosi di accorpare il voto alle prossime elezioni amministrative e di averlo fatto appositamente, impedendo all’opinione pubblica di essere adeguatamente informata. La posta in gioco è alta e sul ring si sfidano due forze: difesa del nostro Mare e delle risorse naturali contro business e interessi delle compagnie petrolifere.

ALLARME COZZE INQUINATE

E Greenpeace rincara la dose, pubblicando un report, da cui emergerebbe che le cozze raccolte intorno alle piattaforme offshore, di proprietà Eni, sarebbero inquinate. Concentrazioni alte di benzene e metalli pesanti, oltre il limite consentito per legge, sarebbero stati riscontrati, come mercurio, cadmio, arsenico, piombo. Dati presenti nel monitoraggio di Ispra, su commissione proprio di Eni. Risultati di cui il Ministero dell’ambiente era in possesso, ma mai pubblicati, a cui Greenpeace ha avuto accesso, dopo un’istanza pubblica di accesso agli atti. Da qui il report. I dati in possesso di Greenpeace coinvolgono le 34 piattaforme di trivellazione operanti nell’Alto Adriatico, degli oltre 130 impianti presenti in tutta Italia. Diciannove delle quali attive in Emilia Romagna.

Cozze al benzene e arsenico in territorio romagnolo? Greenpace chiede quali garanzie esistano sull’assenza di contaminazione nelle cozze ‘da piattaforma’ immesse in commercio. “In base a quanto si evince dal sito di Eni, da più di vent’anni le cozze presenti sulle piattaforme vengono regolarmente raccolte da alcune cooperative romagnole di pescatori. E successivamente commercializzate”, evidenzia Greenpeace. Solo nel 2014, in totale 7 mila quintali di cozze ‘dalla piattaforma al piatto di italiani e turisti.

Mappa piattaforme -Adriatico – Fonte Greenpeace

La conclusione a cui giunge il rapporto è che sì, le trivelle sono impianti inquinanti. Motivo in più per schierarsi a favore del Si al referendum, secondo l’organizzazione ambientalista. Le zone maggiormente interessate sono quelle a largo del Mar Adriatico, in particolare la parte alta: Emilia Romagna, basso Veneto, Marche, Abruzzo. Ma anche Puglia, con le meravigliose Isole Tremiti. Un mare molto piccolo, che bagna alcuni tra i nostri più bei gioielli naturali, messi in pericolo, pare, dall’attività di prospezione e estrazione di idrocarburi.

I SOSTENITORI DELLE TRIVELLE

Dall’altra parte della barricata si schierano i sostenitori delle trivelle. Quelli che, come Assomineraria e numerosi esponenti, riuniti nel comitato “Ottimisti e Razionali” affermano che l’Italia è piena di risorse naturali, che però vengono sfruttate male. Con evidente riferimento ai fondali marini, che sarebbero carichi di oro nero, e del potenziale business da miliardi di euro che eviterebbe al paese di essere dipendente dal petrolio estero.

Dai pozzi italiani nel 2014 sono stati estratti 5,7 milioni di tonnellate di petrolio e 7,3 miliardi di metri cubi di gas. In media il 10 per cento del fabbisogno del Paese. Tutto questo ci fa risparmiare in bolletta ogni anno 4 miliardi e mezzo di euro. E stando ai dati di Assomineraria l’Italia importa dall’estero circa l’80 per cento del fabbisogno di idrocarburi, paragonato ad ‘appena’ il 53 per cento degli altri paesi europei. Siamo dipendenti dall’estero in bolletta energetica. Questa la motivazione che spinge i fautori del no al referendum, a sostenere l’importanza di continuare le attività di trivellazione dei nostri fondali.

C’è anche chi ne fa una questione di posti di lavoro. Come Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, regione che estrae il 50 per cento del gas prodotto in mare, su tutto il territorio nazionale. “Per la mia terra questo referendum, avrebbe conseguenze devastanti – spiega a Formiche.net Bessi – Nel giugno 2015, 6.700 persone erano occupate nel settore estrattivo per un fatturato di circa 2 miliardi di euro. Negli ultimi 6 mesi se ne sono persi quasi 900. E se vincerà la logica dei No-Triv, nel 2016, altri 2.500 lavoratori si ritroveranno a spasso”.

I CONTRARI ALLE TRIVELLE

Ma contro le convenienze economiche e occupazionali si schierano nettamente gli ambientalisti. Il coordinamento No-Triv arriva addirittura a ipotizzare che la causa del tragico terremoto del 2012 in Emilia Romagna, possa essere stata proprio l’ attività estrattiva nella zona, mediante tecnica dell’airgun, aria compressa sparata sui fondali dell’Adriatico, che potrebbe aver causato movimenti tellurici, oltre che aver messo in pericolo la fauna marittima.

La battaglia è aperta dunque. Il 17 aprile, qualora si dovesse raggiungere il quorum dei votanti, si saprà se le trivelle avranno ancora futuro nel nostro paese o meno. Fermo restando che il voto SI sulla scheda non fermerà in automatico le trivellazioni del nostro mare. L’obiettivo dei proponenti è fermare le attività entro le 12 miglia marine dalle coste italiane, senza limiti di tempo e secondo scadenza naturale, fissata al momento del rilascio delle concessioni petrolifere. E non come sancito dal decreto del 2015 “per la durata di vita utile del giacimento”.

Le trivellazioni con la tecnica airgun saranno comunque consentite oltre le 12 miglia dalle coste marine. E come denuncia a gran voce Antonio Fentini, sindaco delle Isole Tremiti, in un’intervista a La Repubblica: “il referendum non cambierà niente. Le prospezioni distruggeranno comunque tutto, pesci e flora marina. Perché nessuno capisce che l’Adriatico non è un mare, ma un lago, tanto risulta piccolo. Dentro o fuori le 12 miglia, sempre qualcosa danneggi”. Teme per il turismo alle Isole il sindaco. “il turismo è la nostra unica risorsa. Se ci tolgono il mare siamo finiti”.

A conti fatti, è vero che sviluppare una propria strategia energetica nazionale, ci eviterebbe l’eccessiva dipendenza da paesi esteri, spesso a forte instabilità politica. È pur vero, però, che da tempo si chiede lo sviluppo di una diversa strategia pluriennale, orientata alla ricerca di energia alternative e rinnovabili. Ed è oltremodo vero che il tesoro dell’Italia è rappresentato dai suoi beni archeologici, culturali e dalle sue splendide risorse naturali. È questa la grande miniera d’oro italiana. Sarebbe forse auspicabile una maggiore attenzione e l’impegno a mettere in campo procedure mirate e più snelle di promozione del territorio. Come sostenuto da numerosi esponenti istituzionali e della cultura.

 

Referendum – IL QUESITO
“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?”. Questo è il testo del quesito, promosso da 9 regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise), che rappresentano anche il comitato ufficiale per il SI.

SE VINCE IL NO (o non si raggiunge il quorum obbligatorio del 50 per cento più uno)

Le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero scadenza certa, ma proseguirebbero fino a esaurimento del giacimento. Questo nonostante le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia.

SE VINCE IL SI

Le ricerche e le attività petrolifere dovrebbero cessare progressivamente, secondo la scadenza “naturale” fissata originariamente al momento del rilascio delle concessioni.

 

Fonti: (Gazzetta Ufficiale, Greenpeace, Assomineraria)

 

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