Caos Airbnb, Roma prova a intervenire sulla giungla della sharing economy

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Pericolo terrorismo e i drammatici fatti internazionali, ultimi quelli di Nizza, hanno scoperchiato nuovamente il vaso della sicurezza nelle città del mondo. Sotto accusa, sul versante turismo, ancora una volta b&b e tutta la schiera dell’ospitalità turistica alternativa. La sharing economy, di cui Airbnb è uno dei protagonisti. E il tema torna centrale a Roma, con l’insediamento della giunta Raggi che già parlava di concorrenza sleale di queste nuove forme di economia condivisa, e che ora parla soprattutto di sicurezza in città. Una delle prime mosse è stata quella di Adriano Meloni, assessore allo sviluppo economico, che ha incontrato i rappresentanti di Airbnb lo scorso 18 luglio e i vertici di Federalberghi Roma due giorni dopo. Sul tavolo della discussione pesa l’urgenza di un piano condiviso di monitoraggio più stretto dei visitatori che transitano a Roma.

Cosa oggi non semplice, stando ai dati forniti dagli albergatori romani, che a inizio 2015 contavano 5 mila strutture abusive in città, quindi non controllabili. Sull’arena oggi lo scontro è con Airbnb, colosso online degli affitti temporanei, accusato su più fronti: sicurezza, concorrenza sleale, mercato degli affitti falsato.

Nell’anno del Giubileo e dei ripetuti attacchi terroristici, ospitare viaggiatori da tutto il mondo in strutture abusive e senza darne comunicazione non è solo un problema fiscale e normativo. È soprattutto un problema di sicurezza perché intere fasce di turisti entrano in Italia senza essere tracciate.

E’ indubbio infatti che strutture non registrate non rispettino l’articolo 109 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza secondo cui “proprietari o gestori di case e di appartamenti per vacanze e affittacamere, compresi i gestori di strutture di accoglienza non convenzionali, possono dare alloggio esclusivamente a persone munite della carta d’identità o di altro documento idoneo ad attestarne l’identità secondo le norme vigenti”. E al comma 3: “Entro le ventiquattro ore successive all’arrivo, comunicano alle questure territorialmente competenti le generalità delle persone alloggiate”.

Principio che, secondo l’assessore capitolino Meloni, non è sempre rispettato. E questo nonostante Airbnb abbia siglato lo scorso febbraio un accordo con la Prefettura di Roma per rafforzare il livello di sicurezza della capitale.

Con l’accordo, in vigore da giugno, Airbnb si impegna a fornire sul suo sito web tutte le informazioni utili affinché gli “host” (i proprietari di case che decidono di affittare) possano comunicare telematicamente alla Questura di Roma i dati – obbligatori per legge – sui loro ospiti, attraverso il portale web ‘Alloggiati’, messo a disposizione dalla Questura.

Sono 176 mila e 870 le strutture AirBnb censite dal monitoraggio Federalberghi da cui risulterebbe una crescita esponenziale rispetto al 2008, senza che si verificasse un uguale aumento delle strutture registrate e ufficialmente autorizzate.

Tra le città italiane – evidenzia l’indagine – Roma in testa con 18 mila e 546 unità. Seguono Milano con 11 mila e 397, Firenze (5 mila 736), Venezia (3 mila e 98) e Palermo (2 mila e 502). La maggioranza degli annunci presenti su Airbnb prevedono l’affitto dell’intera casa (72,5%, ben 7 su 10) ed è pubblicata da inserzionisti che gestiscono più di un alloggio (57%, quasi 6 inserzionisti su 10). Dati che spingono il presidente Federalberghi, Bernabò Bocca, a parlare di “sommerso nel turismo giunto a livelli di guardia”.

Gli alloggi italiani in vendita su AirBnb
234 nel 2009
2.141 nel 2010
12.179 nel 2011
43.115 nel 2012
67448 nel 2013
118.521 nel 2014
176.870 nel 2015
fonte: elaborazioni Incipit / Federalberghi su dati Inside Airbnb

Federalberghi rincara poi la dose. La ciliegina sulla torta, si legge nel comunicato sul monitoraggio, è costituita dagli “host” che possiedono centinaia di alloggi: per esempio Daniel che gestisce 527 alloggi e Bettina con 420, di cui 140 a Milano, 80 a Roma e 88 a Firenze. Chi si nasconde dietro questi nomi amichevoli che gestiscono un patrimonio miliardario? Di certo non si tratta di persone che affittano una stanza del proprio appartamento per integrare il reddito familiare, affermano da Federalberghi.

La posizione di Airbnb la chiarisce Alessandro Tommasi, public policy manager, che intervenendo alla conferenza di presentazione del primo studio sull’impatto Airbnb in Italia, lo scorso maggio a Roma ha dichiarato: “Sulle polemiche e gli attacchi degli albergatori vorrei sottolineare che gli host non sono attività imprenditoriali. Affittano 25-30 notti all’anno per un fatturato medio di 2-3 mila euro annui. Non possiamo negare che il nostro modello ha introdotto nuovi standard e genera benefici economici in aree diverse del paese”.

I dati che emergono dallo studio “Fattore Sharing: l’impatto economico di Airbnb in Italia” condotto dal colosso in collaborazione con Sociometrica, parlano di un impatto sull’economia italiana di 3,4 miliardi di euro. È la risposta della piattaforma di San Francisco agli attacchi degli albergatori. Ogni host – spiega il rapporto – ha un ricavo medio annuale di 2.300 euro. Hanno una natura non professionale e condividono la prima o seconda casa utilizzando la piattaforma per arrotondare il reddito familiare.

“Airbnb rappresenta un’opportunità per il paese – afferma Matteo Stifanelli, il giovane country manager Airbnb in Italia. Aiutiamo il turismo a crescere e differenziarsi. Nel 2015, 82 mila e 900 host italiani hanno accolto ospiti nelle loro case. Stifanelli, in un’intervista a Il Sole 24 Ore annunciava nel 2015 di lavorare con le istituzioni, ammettendo forse il sistema normativo un po’ datato che non interviene a regolarizzare progetti innovativi che incidono sull’economia, turistica in primis. “In città come Parigi, Amsterdam e Londra sono stati imposti limiti temporali, oltrepassati i quali se affitti il tuo appartamento, una tua stanza, devi cambiare la destinazione d’uso e comportarti come una struttura professionale. In Italia stiamo lavorando con le istituzioni, ma per il momento questa limitazione non esiste”.

C’è forse qualche contraddizione nelle dichiarazioni dei rappresentanti italiani del colosso, convinti dell’attività non professionale dei loro host, che guadagnerebbero poco più di 2 mila euro annui, ma ammettendo al contempo che non esistono leggi (e quindi certezza) che un proprietario di casa su AirBnb possa essere scoraggiato dall’affittare per più di 25-30 notti all’anno, facendo dell’attività la principale fonte di reddito.

Facendo una breve ricerca sul sito Airbnb, e scegliendo come limite temporale di soggiorno ben più di un mese consecutivo, si trova comunque (a un prezzo non proprio accessibile) la soluzione. Abbiamo cercato un appartamento su Roma, periodo 22 luglio-30 settembre. Nobless ad esempio, affitta stanze in casa o minisuite in via del Corso. Per un soggiorno dal 22 luglio al 30 settembre il costo per un ospite è di 2605 euro al mese. Per un totale di 6033 euro e addirittura uno sconto mensile del 17 per cento. Sembrerebbe quindi evidente l’incentivo a prendere in affitto case per periodi medio-lunghi. Non sembrerebbe quindi impossibile per i proprietari, definiti host, affittare le loro case per il periodo desiderato, al prezzo desiderato, facendo del loro business condiviso la principale o una delle principali fonti di reddito. Transazioni di milioni di euro che nuotano nel vuoto normativo italiano. Vuoto che non aiuta i controlli fiscali.

Altra accusa è proprio quella di falsare il mercato degli affitti, sconvolgendo ancora di più il già caro mercato delle abitazioni. Il rischio è quello che mese dopo mese i prezzi degli affitti si impennino a tutto svantaggio di chi è interessato a una locazione per un periodo medio-lungo. Per questo Berlino è corsa i ripari con la norma in vigore dal 1° maggio che obbliga gli host Airbnb ad affittare solo camere, non intere abitazioni. Pena multe fino a 100 mila euro.

Un’apertura di Airbnb ci sarebbe stata. La piattaforma ha annunciato mesi fa di voler collaborare con i Comuni italiani sulla tassa di soggiorno agendo da tax collector o sostituto d’imposta. Il meccanismo prevede il pagamento diretto dell’utente online con carta di credito e Airbnb si occupa di girare la somma raccolta agli enti locali.

In Italia, Firenze ha provato lo scorso gennaio a introdurre il progetto pilota sulla tassa di soggiorno, siglando un accordo con Airbnb attraverso cui la piattaforma online avrebbe riscosso la tassa dai turisti per poi versarla al Comune (come succede già con Parigi e Amsterdam). Politica che Matteo Stifanelli si è detto disposto a portare in tutta Italia. È già caos però, perché gli uffici legali della Regione hanno espresso parere negativo in merito. Secondo lo studio effettuato non sembra legittimo imporre la tassa di soggiorno a chi non è struttura ricettiva, come nel caso delle locazioni turistiche. E la cosa vale anche per gli host di Airbnb. Palazzo vecchio infatti, che ha già iniziato a riscuotere l’imposta, starebbe violando la legge regionale che in questo momento non contempla tassazioni per strutture Airbnb.

Sembra evidente la giungla in cui la nuova frontiera della sharing economy debba muoversi. In equilibrio precario tra innovazione e vuoti normativi che danneggiano tanto le tradizionali forme di economia quanto le nuove, in rapida espansione.

A inizio anno risale un progetto di legge depositato in Parlamento sulla regolarizzazione della sharing economy, indirizzato cioè a tutte quella piattaforme innovative di economia condivisa e natura non professionale (tra cui Airbnb, blaBla Car, escluso Uber che è gestita da professionisti). Tra i punti presentati: un’imposta del 10% per redditi fino a 10 mila euro, norme a tutela della concorrenza, iscrizione obbligatoria al registro elettronico delle piattaforme digitali e la richiesta di dotarsi di una stabile organizzazione in Italia. l’Ok del garante della concorrenza e del mercato – Giovanni Pitruzzella – è arrivato. Si attendono ora sviluppi.

 

Fonti: Prefettura di Roma, Polizia di stato, Airbnb

 

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