L’Orlando Furioso in mostra a Ferrara per i suoi 500 anni

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Quando entro nel Furioso, veggo aprirsi una tribuna, una galleria regia, ornata di cento statue antiche de’ più celebri scultori […], di cristalli, d’agate, di lapislazzuli e d’altre gioie, e finalmente ripiena di cose rare, preziose, meravigliose

Galileo Galilei

È il 1516 quando Ludovico Ariosto entra in una tipografia di Ferrara e dà alle stampe il suo capolavoro appena terminato: L’Orlando Furioso, opera simbolo del Rinascimento e primo poema classico italiano. 500 anni sono passati e l’Italia è oggi dedita a celebrare i suoi canti cavallereschi. Con le mostre innanzitutto. Come quella a Tivoli fino al 30 ottobre e ancor di più quella allestita a Ferrara, dove il poema è nato. È proprio Ferrara, la città estense alla cui corte il letterato lavorò, a ritornare sui passi e sui voli ariosteschi, con la mostra “Orlando Furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” allestita a Palazzo dei Diamanti (24 settembre 2016-8 gennaio 2017).

Cosa vedeva il poeta, chiudendo gli occhi, quando si accingeva a raccontare una battaglia, un duello di cavalieri o il compimento di un prodigioso incantesimo? Quali opere d’arte furono le muse del suo immaginario visivo?

È questo l’affascinante viaggio a cui i visitatori sono chiamati a partecipare aggirandosi tra le sale del Palazzo, facendosi guidare dai capolavori dei più grandi artisti del periodo. Nomi eccellenti e superbi. Andrea Mantegna, Paolo Uccello, Leonardo, Giorgione, Raffaello, Tiziano, Dosso Dossi. Dal loro genio e dalle loro mani sono scaturite straordinarie creazioni, che hanno fatto rivivere nei secoli il mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini e che offrono al contempo uno spaccato dell’Italia delle corti, in cui il libro è stato concepito.

Grandi musei italiani e stranieri hanno concesso le opere visitabili oggi nella cornice ferrarese:

Il Musée Paul-Dupuy di Tolosa da cui viene l’Olifante dell’11esimo secolo che la leggenda vuole sia il corno fatto risuonare da Orlando a Roncisvalle; la scena di battaglia di Leonardo da Vinci concessa in prestito dalla Regina Elisabetta con la sua Royal Collection; anche la Galleria degli Uffizi ha contribuito con “il Gattamelata” di Giorgione, il valoroso comandante di ventura ritratto in armatura luccicante, e con la Librazione di Andromeda di Piero di Cosimo; dal Louvre di Parigi viene poi la monumentale Minerva che caccia i vizi dal giardino delle virtù.

Una mostra che fa dialogare fra loro dipinti, sculture, arazzi, libri, manoscritti miniati, strumenti musicali e oggetti rari. E a orchestrare questo incanto visivo la semplice idea di restituire l’universo di immagini che popolavano la mente di Ariosto mentre componeva i versi del Furioso, l’ ultimo tra i romanzi cavallereschi e primo tra i moderni, l’opera che affascinò da subito moltissimi lettori, da Machiavelli a Cervantes, da Galileo a Voltaire, fino a Pirandello e Calvino.

Le sezioni della mostra, curata da Guido Beltramini e Adolfo Tura e organizzata da Fondazione Ferrara Arte e Mibact, trovano spazio in 12 sale:

Sala 1 – IN PRINCIPIO FU BOIARDO

L’Orlando Furioso inizia dove finisce l’impresa letteraria del suo predecessore, l’Orlando innamorato,o meglio, l’Inamoramento de Orlando di Matteo Maria Boiardo, romanzo cavalleresco pubblicato a Ferrara trent’anni prima. Le gesta dei paladini di Carlo Magno si trasferiscono nelle pagine di Ariosto. Questo passaggio di testimone è rappresentato in mostra da un esemplare mitico del capolavoro di Boiardo, perché il più antico sopravvissuto, e da due simboli comuni all’universo dell’Innamorato e del Furioso: il labirinto in cui i protagonisti delle “audaci imprese” si smarriscono e il bivio, la scelta tra il bene e il male, che si pone continuamente innanzi ai cavalieri. Il primo è raffigurato sulla giubba di un misterioso ed elegante cortigiano ritratto da Bartolomeo Veneto, il secondo appare sulla specchiera istoriata con l’emblema di Alfonso I d’Este, squisito esemplare dell’arte dell’intaglio ligneo del primo Cinquecento.

Sala 2 e 3 – LA BATTAGLIA E LA GIOSTRA

A condurre il visitatore nel vivo del racconto della mostra è il tema della battaglia, reale e letteraria. Ariosto poté dare libero corso alla propria immaginazione attingendo dall’universo visivo rappresentato da quelle opere e da quegli oggetti che costituivano i veicoli privilegiati per la diffusione delle immagini: arazzi, libri e manoscritti miniati.

Coeva alla pubblicazione del Furioso, la scena di battaglia di Leonardo da Vinci, l’unica del maestro a rappresentare uno scontro nella sua interezza, è un capolavoro della moderna raffigurazione bellica in cui uno sciame di corpi combatte con furia mescolandosi in una mischia in cui si distinguono a fatica cavalieri, fanti e animali.

Infine, a documentare la cultura della giostra e del torneo, corrispettivo ludico e rituale della battaglia e tema ricorrente nel componimento ariostesco, saranno una serie di oggetti preziosi tra i quali il più antico elmo da giostra ad aver conservato il proprio cimiero e la sella da parata di Ercole I, che nelle scene intarsiate richiama tematiche amorose e cavalleresche, e illustra modelli e figure tutelari della corte estense come Ercole e san Giorgio.

Sala 4 e 5 – LO SPECCHIO DELLA CORTE

L’Orlando furioso è espressione di quel mondo delle corti al quale l’opera era indirizzata e in cui Ariosto stesso si era formato. I signori di Ferrara, e delle città ad essa legate come Mantova, furono infatti i primi destinatari dell’opera e le loro vicende si intrecciano con le storie fantastiche che ne animano le pagine. Grandi amanti dell’arte alla corte estense. Signori custodi di preziose collezioni d’arte e eccellenti e sofisticati committenti, quali avevano saputo essere Isabella prima e Alfonso poi.

L’intento di celebrazione dinastica della casata estense che caratterizza la prima edizione del Furioso è
rappresentato in mostra da uno dei più celebri ritratti del Quattrocento italiano, il Leonello d’Este di
Pisanello.

Poi un grande capolavoro: Minerva che scaccia i Vizi dal giardino delle Virtù di Andrea Mantegna. Questo dipinto straordinario, una delle vette della pittura italiana del primo Cinquecento, rappresenta una delle fonti figurative che hanno nutrito l’immaginario ariostesco. Ammirata in occasione di una visita a Mantova nel 1507, la grande tela dall’iconografia complessa, ricca di allusioni e riferimenti mitologici, offrì ad Ariosto lo spunto per la descrizione del corteo di esseri mostruosi in cui Ruggiero si imbatte sull’isola della maga Alcina nel VI canto.

Sala 6 – L’IMMAGINE DEL CAVALIERE

Come poteva un letterato del Cinquecento immaginare un guerriero dell’VIII secolo? A quali immagini poté ispirarsi verosimilmente Ariosto, ma ancor più i suoi lettori, per figurarsi l’aspetto dell’intrepido Orlando, del valoroso Rinaldo, di Bradamante, bellissima donna guerriera, o, ancora, di Ruggiero?

La pittura e la scultura offrirono senz’altro al poeta e ai suoi contemporanei un ricco repertorio di immagini di guerrieri ed eroine, antichi e moderni, pagani e religiosi, cui attingere per dare un volto ai protagonisti della storia. Opere e oggetti diversi sono chiamati in mostra ad esemplificare questo immaginario: dalla leggendaria figura di Ettore, eroe troiano le cui armi sono contese dai paladini del poema, all’immagine di San Giorgio, che a Ferrara incarnava l’idea stessa del cavaliere (Cosmè Tura, San Giorgio); dal Marte, protagonista di uno dei marmi che Antonio Lombardo realizzò per Alfonso d’Este alla mitica figura di Scipione l’Africano, diffusa al tempo grazie a preziosi manufatti come la terracotta invetriata dei Della Robbia.

Il cavaliere “moderno”, ritratto nella sua luccicante armatura, è, infine, il protagonista di una tra le più suggestive effigi di guerrieri del primo Cinquecento, il Ritratto di guerriero con scudiero, noto anche come Gattamelata, di Giorgione. Espressione di un nuovo genere di ritrattistica di uomini d’arme fiorito nell’ambito della cultura di corte dell’Italia del Nord, questa tela presenta un modello cavalleresco idealizzato e romantico, tratteggiato con grazia, languore e stilizzata bellezza.

Sala 7 e 8 – IL MERAVIGLIOSO

In Ariosto il meraviglioso si nutre sia delle «cortesie» e delle «audaci imprese» del remoto mondo arturiano e carolingio, sia della mitologia classica,

come la storia della liberazione di Andromeda dal mostro marino narrata da Ovidio nelle Metamorfosi e tradotta sulla tela, tra gli altri, da Piero di Cosimo, pittore tra i più visionari del Rinascimento.

Il tempo di Ariosto fu anche segnato dalle grandi scoperte geografiche, quelle di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, così come dalle relazioni dei viaggi in terre sconosciute e “meravigliose”. Ariosto visse
questa esperienza attraverso le pagine dei libri e le carte di navigazione, come quella detta del Cantino,
capolavoro della cartografia rinascimentale tra le prime a registrare le scoperte del nuovo mondo e la via
marittima recentemente aperta da Vasco da Gama.

Sala 9 – 1516 ORLANDO IN CAMPO

Cuore pulsante del percorso, la prima edizione dell’Orlando furioso è il perno di una sala che approfondisce i due poli su cui ruota l’intera vicenda – il desiderio e la follia – permettendo così al visitatore di “immergersi” nel senso più autentico della storia.

Sebbene Ariosto si riallacci alla tradizione cortese-cavalleresca, il suo racconto parla di sentimenti e passioni dell’uomo moderno, indagati dall’autore con sguardo lucido e disincantato. L’Orlando furioso è, in tutti i sensi, un poema sul desiderio. In esso, ciascun personaggio è infatti instancabilmente all’inseguimento dell’oggetto dei propri sogni, di qualcosa che non riesce a possedere, sia esso un’arma, un cavallo, una persona.

Due soli pezzi sono chiamati a illustrare tale concetto: un elmo antico simboleggia le mitiche armi di Ettore conquistate e perdute dai protagonisti del poema. Di fronte ad esso, una Venere di Botticelli, immagine esemplificativa di una bellezza femminile, ideale e astratta, analoga a quella di Alcina o Angelica così come vengono descritte da Ariosto nell’edizione del 1516.

La follia del paladino, come le insensatezze degli altri personaggi (la disperazione di Rinaldo, la gelosia di Bradamante, l’ira smisurata di Rodomonte), costituiscono l’esempio per riflettere sulle passioni e i sentimenti che possono annullare, in ciascun individuo, la percezione dei propri limiti. Questo tema permette dunque di immergere l’Orlando furioso nella cultura europea del primo quarto del Cinquecento: la concezione della follia che si afferma nel poema ariostesco.

Al folle mondo degli uomini Ariosto oppone la luna, astro identico alla terra tranne che per il fatto che la pazzia vi è assente. È lassù che Astolfo, accompagnato da san Giovanni (Cosmè Tura, San Giovanni a Patmos), recupererà il senno perduto da Orlando.

Sala 10 – UNA FULMINANTE FORTUNA

Il 22 aprile del 1516 nell’officina tipografica Mazzocchi a Ferrara si concludeva la stampa dell’Orlando furioso. Composto di 40 canti, il poema che ambiva a cantare «le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese» di un mondo lontano, conobbe da subito un ampio successo, raccogliendo l’ammirazione di molti contemporanei.

La più antica testimonianza di stima giunta fino a noi è quella lasciata da Niccolò Machiavelli in una lettera del 1517 indirizzata a Lodovico Alamanni, in cui lamentava il fatto che Ariosto, in un poema «bello tutto et in di molti luoghi mirabile», avesse volontariamente dimenticato di nominarlo.

Dipinta a due anni di distanza dalla prima edizione del Furioso, la Melissa di Dosso Dossi costituisce il primo esempio della secolare fortuna figurativa del poema. Il pittore di corte di Alfonso I traduce in pittura una delle protagoniste della narrazione, la maga Melissa. Colta nell’atto di utilizzare il cerchio magico, il libro ed il fuoco per annullare il sortilegio della malvagia Alcina e liberare i cavalieri che questa aveva trasformato in fiori, alberi e animali, la maga di Dosso è qualcosa di più della trascrizione di uno specifico episodio, è un omaggio al poema attraverso la celebrazione del personaggio al quale Ariosto affida il ruolo di buona madrina e profetessa della discendenza estense.

Sala 11 e 12 – UN POEMA IN TRASFORMAZIONE

Ariosto non smise mai di rielaborare il suo poema, che fece nuovamente stampare a Ferrara con lievi ritocchi nel 1521 e una terza volta, sensibilmente rimaneggiato ed accresciuto, nel 1532, pochi mesi prima di morire. Negli anni tra la prima e la terza redazione, il mondo attorno al suo autore cambiò radicalmente. Arriva la ‘maniera moderna ‘ nel linguaggio artistico. Ariosto assiste a questa rivoluzione della pittura, vedendo di persona le opere degli artisti come Michelangelo e Raffaello, di cui lo stesso Alfonso I d’Este vagheggiava possedere qualcosa. Tra queste spicca la perduta Leda e il cigno commissionata a Buonarroti, che mai giunse a Ferrara.

Ariosto è, inoltre, testimone della nascita dei capolavori che artisti come Dossi o Tiziano dipingono per il Signore di Ferrara, opere che daranno vita ad una delle più belle pagine della storia dell’arte del Rinascimento, quella del Camerino delle pitture nel Castello Estense. A rappresentare in mostra questo capitolo è Il baccanale degli Andrii di Tiziano, una delle gemme del tesoro di Alfonso che, grazie ad un prestito eccezionale concesso dal Museo del Prado, tornerà per la prima volta in Italia dopo più di quattrocento anni.

Info utili:

Mostra: ORLANDO FURIOSO 500 ANNI
Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi

Dove: Ferrara, Palazzo dei Diamanti
Quando: 24 settembre 2016 – 8 gennaio 2017

Orari: Aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00
Aperto anche 1 novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio

Aperture serali straordinarie
Fino alle 22.30
dal 29 al 31 ottobre
dall’8 al 10 dicembre
dall’1 all’8 gennaio

Fino alle 23,30 il 31 dicembre

Biglietti: Tariffe (audioguida inclusa per i singoli visitatori, radioguida obbligatoria inclusa per i gruppi)
– Intero: euro 13,00
– Ridotto: euro 11,00
– Gratuito: bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino, membri ICOM, militari in divisa

Informazioni:
tel. 0532 244949
diamanti@comune.fe.it
www.palazzodiamanti.it

 

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