Ginevra. Un porto franco delle opere d’arte.

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L’anonima zona del porto franco che sorge nei pressi del centro di Ginevra — un complesso di casermoni squadrati color grigio e vaniglia e circondato da binari, strade e filo spinato — sembra il tipo di luogo in cui la bellezza va a morire. Tra le mura della zona del porto franco, a Ginevra, sono conservate – in un complesso di anonimi casermoni – invece più di un milione di opere d’arte tra le più pregiate al mondo: tesori che risalgono ai tempi gloriosi dell’antica Roma, quadri di antichi maestri e degni di un museo e un migliaio di Picasso.

Con le quotazioni delle settore alle stelle, il collezionismo contemporaneo considera le opere d’arte alla stregua di lingotti d’oro. Un atteggiamento che nulla forse esemplifica meglio della crescente popolarità di questi depositi, a cui sempre più spesso vengono affidate opere d’arte che i proprietari trattano più come investimenti che come oggetti da ammirare.

Grazie al clima controllato dei loro ambienti, alla riservatezza e agli enormi vantaggi fiscali che offrono, i porti franchi sono diventati il parcheggio prediletto dai super ricchi desiderosi di diversificare il proprio portafoglio di investimenti con qualche opera d’arte. Qualcuno teme che questi depositi possano essere il luogo giusto per attività illegali: il mondo dell’arte invece si preoccupa dell’effetto che producono sull’arte stessa. «Trattare l’arte come una merce qualsiasi e segregarla all’interno di un magazzino è un atteggiamento non etico», dice Eli Broad, un importante collezionista di arte moderna di Los Angeles.

Nati nel XIX secolo, i porti franchi erano adibiti in passato alla conservazione temporanea di beni come cereali, tè e merci industriali. Tuttavia negli ultimi decenni si sono trasformati in depositi per clienti super ricchi. Situati in Paesi e in città in cui vige un regime fiscale favorevole, offrono ai collezionisti e ai mercanti d’arte delle condizioni quasi irresistibili in termini di risparmio e di sicurezza. In Svizzera sono almeno quattro i porti franchi specializzati nella conservazione di opere d’arte e altri beni di lusso. Altri quattro si trovano a Singapore, Monaco, Lussemburgo e negli Stati Uniti.

Preoccupate dalla rapida crescita di questi spazi privati e temendo che potessero diventare zone franche per il contrabbando e il riciclaggio di denaro, nel 2012 le autorità svizzere hanno avviato degli accertamenti. Dalle indagini è risultato che il valore dei beni conservati all’interno di alcuni depositi è aumentato vertiginosamente rispetto al 2007. Una circostanza dovuta all’incremento registrato nello stesso periodo da beni di grande valore come le opere d’arte. E benché gli accertamenti non abbiano tenuto conto dell’aumento delle opere d’arte conservate all’interno dei depositi, si stima che nel solo porto franco di Ginevra ve ne siano più di 1,2 milioni, e che alcune di essere non abbiano lasciato quelle mura da decenni.

Tenere milioni di opere di grande valore rinchiuse all’interno di casse non snatura forse quella che dovrebbe essere la missione stessa dell’arte?

Secondo molti la risposta è “sì”. «Le opere d’arte vengono create per essere esibite», dichiara Jean-Luc Martinez, il direttore del Louvre, che ha definito i porti franchi sono «il più grande museo nascosto al pubblico». Non tutti sono d’accordo. C’è infatti che ritiene che il pubblico abbia già accesso a molte opere d’arte e che in ogni caso il più delle volte l’arte nasca come proprietà privata. «I quadri non sono un bene pubblico», afferma David Nash, proprietario di una galleria d’arte newyorkese.

Quali sono le opere tenute sotto chiave? È difficile saperlo. Ma una serie di dispute legali, indagini e mostre allestite periodicamente hanno consentito di vederne alcune. Vi sono i rari sarcofaghi etruschi che la polizia italiana ha scoperto due anni fa a Ginevra, parte di una refurtiva che comprendeva anche 45 casse di reperti antichi. Vi è poi la collezione del miliardario russo Dmitry M. Rybolovlev, dal valore di due miliardi di dollari, che comprende un Rothko, un van Gogh, un Renoir, i “Serpenti d’acqua II” di Klimt, il “San Sebastiano” di El Greco, “Le nozze di Pierrette” di Picasso e il “Cristo Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci. A questa vanno aggiunte 19 opere del maestro del post-impressionismo Pierre Bonnard, di proprietà della famiglia Wildenstein: una delle grandi famiglie di collezionisti del ventesimo secolo. A renderne nota la presenza è stato l’ex legale della vedova di Daniel Wildenstein, patriarca della famiglia. Vi è anche un ritratto di Jacqueline. seconda moglie di Picasso.

Anche gli artisti viventi devono fare i conti con la possibilità che alcune delle loro opere possano finire all’interno di qualche bunker a clima controllato. «Idealmente, mi piacerebbe che le mie opere fossero esibite anziché tenute in un magazzino», dice Julia Wachtel, un’artista contemporanea.

Nella maggior parte dei casi, spiegano i mercanti d’arte, alla lunga le opere ritornano alla luce. «Anche se rimangono chiuse per tutta la durata della vita del collezionista», spiega Ezra Chowaiki, un mercante d’arte di New York, «non vi rimarranno per sempre. A un certo punto salteranno fuori».

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