Gossip dal passato: Caterina Sforza, la “tigre di Forlì”

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Quella tygre di la madonna di Forlì che aveva tucta spaventata la Romagna

Erede a pieno titolo del coraggio degli Sforza e della signorilità dei Visconti, bellissima, intelligente, elegante e dall’indole guerriera.

Nipote del grande condottiero Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, figlia naturale del loro – meno carismatico – erede Galeazzo e della cortigiana Lucrezia Landriani, la bionda Caterina ricevette un’educazione completa sul modello umanistico alla corte sforzesca.

Già da bambina, oltre alla spiccata intelligenza e alla lingua pronta, diede prova di possedere un carattere forte e una certa attitudine al comando, oltre a una padronanza nell’uso delle armi non comune per una fanciulla.
Qualità che – come si vedrà – le sarebbero tornate utili nella sua avventurosa vita, tra gli storici luoghi che l’hanno vista protagonista di eventi decisamente sopra le righe: Milano, Imola, Roma, Forlì e Firenze.

Caterina Sforza andò in sposa a Girolamo Riario, nipote del Papa Sisto IV, a soli dieci anni. Di certo non fu la prima sposa bambina della storia, ma il caso di Caterina fu più complesso poiché pare che lo sposo avesse preteso la consumazione immediata delle nozze, senza attendere – come la legge dell’epoca prevedeva – il compimento del quattordicesimo anno di età della fanciulla.

Un esempio di disumanità e depravazione?

Più che altro una furba manovra per assicurarsi il legame con Milano prima di un nuovo cambio d’idea del duca Galeazzo, che inizialmente aveva promesso a Girolamo un’altra giovane cugina di Caterina, la cui madre, Gabriella Gonzaga, si oppose strenuamente alle nozze adducendo come motivazione del “no” proprio la giovane età della figlia.

La posizione dei Riario, all’epoca, era piuttosto delicata: nonostante il Papa in famiglia, non godevano ancora della considerazione di cui beneficiavano grandi nomi come quello dei Visconti – e degli Sforza, grazie all’unione tra Francesco e Bianca Maria – o dei Gonzaga, sicchè un matrimonio con una rampolla di qualche illustre casata avrebbe giovato all’immagine della famiglia e consolidato il potere dei suoi membri.

Secondo altre fonti storiche, Girolamo Riario attese l’età legale per accedere alle grazie della sua sposa.
Fatto sta che la giovane Sforza entrò al braccio del marito nella città di Imola, concessa dal Papa alla neocoppia, nel 1477, a quattordici anni.

Caterina passò il periodo seguente a Roma, e, tra eleganti ricevimenti e manovre di diplomazia – soprattutto con la corte di Milano – divenne una donna ammirata e rispettata da tutti.
Purtroppo i Riario non godevano della stessa buona fama, e quando il Pontefice morì nel 1484, dopo aver assegnato anche la signoria di Forlì a Girolamo, il popolo si scagliò sui beni e i palazzi romani della famiglia.

Fu in quest’occasione che Caterina diede un’enorme dimostrazione di coraggio e fedeltà alla sua famiglia d’adozione, che l’amasse o meno: occupò la fortezza di Castel Sant’Angelo a nome del marito che ne era governatore, e pretese di rimanere lì fino all’elezione del prossimo Papa.
I soldati, forse affascinati dall’autorevolezza della giovane donna, forse impressionati dal fatto che fosse la nipote di Francesco Sforza – il più grande condottiero dell’epoca rinascimentale italiana – le giurarono fedeltà.

Castel Sant'Angelo

Girolamo nel frattempo attendeva con il suo esercito, e i membri del Sacro Collegio ebbero l’intelligenza, tra i due coniugi, di capire con chi trattare: proposero al Riario di lasciare Roma in cambio di ottomila ducati, il risarcimento dei danni subiti alle sue proprietà romane, la conferma della sua signoria su Forlì ed Imola e la carica di capitano generale della Chiesa.
La proposta fu accettata, ma Caterina rispose preparandosi alla resistenza, poiché pretendeva di essere lei a valutare le proposte dei cardinali.

Tuttavia, era pur sempre una donna e una moglie, pertanto – a malincuore ma a testa alta – fu costretta dal marito ad abbandonare la fortezza.

L’intenzione di Caterina, nel compiere l’eroico e avventato gesto della presa di Castel Sant’Angelo, non era quella di mostrare all’Italia intera il suo valore, ma fu un esempio di acume politico e lungimiranza: chiedendo di trattare ella stessa con il Sacro Collegio, aveva voluto evitare l’elezione di un Papa ostile alla famiglia Riario.

Cosa che, puntualmente avvenne: fu proclamato Papa Giovanni Battista Cybo con il nome di Innocenzo VIII, il quale – pur confermando Girolamo signore di Imola e Forlì – lo privò della retribuzione che gli spettava in quanto capitano generale della Chiesa.
Riario reagì tassando pesantemente la sua gente e reprimendo con ferocia ogni insurrezione, finchè non venne ucciso da una congiura organizzata dalla famiglia forlivese degli Orsi, che imprigionò la moglie e prese in ostaggio i figli.

E qui, Caterina si riconfermò come esempio di coraggio e scaltrezza: gli Orsi, forti del fatto che i giovani Riario fossero in mano loro come ostaggi, mandarono la donna – su sua richiesta – a convincere il castellano della fortezza centrale della città, che rifiutava di arrendersi.

La Rocca di Ravaldino a Forlì

La Rocca di Ravaldino a Forlì

Appena entrata, la giovane vedova si barricò nel castello e si preparò alla resistenza per mantenere il dominio sulla sua città, giurando agli Orsi che se fosse capitato qualcosa di male ai suoi figli, li avrebbe senz’altro vendicati.
La leggenda narra che Caterina, dagli spalti del castello si alzò la gonna davanti a tutti, gridando che non avrebbe ceduto al ricatto di cui erano vittime i suoi eredi, poiché aveva lo strumento per generarne degli altri.

Sta di fatto che gli Orsi non osarono toccare i giovani della famiglia Riario, e la loro coraggiosa madre – aiutata dallo zio Ludovico il Moro, per una convergenza di interessi – riconquistò le sue due signorie.

La storia non finisce qui: la vita di Caterina Sforza fu una sfida continua, per una donna forte in un mondo di uomini.
Ebbe un secondo marito, Giacomo Feo, di cui fu molto innamorata, e un terzo ancora, Giovanni detto “il Popolano” de’Medici, che le diede un figlio – Ludovico – che sarebbe diventato il celebre Giovanni dalle Bande Nere.

La grandezza di Caterina, che resistette contro tanti nemici ancora nel corso della sua vita, si piegò solo davanti alla furia conquistatrice di Cesare Borgia, che dopo averle tolto – non senza fatica – Imola e Forlì, la imprigionò proprio a Castel Sant’Angelo, nella fortezza da lei conquistata anni prima con tanto valore.

Alla morte del Papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia, Caterina Sforza non riuscì a recuperare i suoi domini, ma trascorse a Firenze il resto della sua vita con i figli, scrivendo dei suoi esperimenti alchemici e di alcune sue ricette di bellezza.
La “Tigre di Forlì”, che solo il più forte degli eserciti riuscì a piegare, si spense a 46 anni, stroncata da una polmonite.

 

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