La mostra “Lakota, Cheyenne, Crow, Blackfoot. Usi e costumi dei nativi americani delle grandi pianure”

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Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli.

Proverbio dei nativi americani, tribù sconosciuta

Dai Lakota agli Cheyenne passando per i Blackfoot e altre tribù: gli usi e i costumi dei popoli delle grandi pianure sono oggetto di una mostra al Munacs – Museo Nazionale del Collezionismo Storico – di Arezzo, dal 4 febbraio fino al 25 marzo 2017.

L’esposizione offre al pubblico oggetti di vita quotidiana, armi e costumi provenienti della Collezione Sergio Susani, universalmente riconosciuto come il massimo esperto europeo di storia degli indiani d’America, nonchè uno dei massimi collezionisti a livello mondiale.

In collaborazione e con il patrocinio scientifico dell’Associazione Wambly Gleska di Firenze – che rappresenta ufficialmente i popoli nativi americani in Italia e in Europa – lo scopo del progetto espositivo è quello di presentare, di rendere noto al mondo almeno una parte della speciale cultura di questo popolo fiero e tutt’altro che “selvaggio”.

Gli indiani d’America hanno popolato le grandi pianure statunitensi per oltre un secolo, vivendo in perfetta – oggigiorno più che mai invidiabile – armonia con la natura, con la profonda spiritualità che contraddistingue il loro stile di vita.
Il senso della proprietà, dello spazio privato da difendere non esisteva: i doni della natura, dall’acqua agli animali, alla collettività, erano opera del Grande Spirito.

Anche un’attività come la caccia, perdeva la sua componente più “violenta” e diventava a tutti gli effetti un rito sacro: Il bisonte, fonte di vita delle tribù delle Pianure, veniva cacciato nella quantità minima per il sostentamento, e da questo se ne ricavava tutto il necessario  per la costruzione dei Tepee – le loro case mobili – vestiario, suppellettili e materiali per la costruzione di armi per la caccia e la guerra.
Subito dopo l’uccisione, il cacciatore recitava una sorta di preghiera per l’animale, in una giustificazione per l’atto appena commesso.

Gli abiti in pelle, mocassini, borse e suppellettili, venivano ricamati con cura e creatività, e gli aculei di porcospino erano l’accessorio che andava per la maggiore.
Dopo l’arrivo di Colombo, il commercio delle conterie Veneziane – perle e perline di vetro colorato – scambiate con pelli e pellicce per il mercato europeo, prese il sopravvento sull’utilizzo degli aculei e i costumi iniziarono ad essere più elaborati e colorati, senza però abbandonare le fogge tradizionali.

Ogni tribù aveva la propria tecnica di lavorazione, di cui si possono vedere molti esempi nel percorso della mostra.

Le prime armi erano costituite da lance, archi e frecce, coltelli di selce o di osso e mazze in pietra.
In seguito, nella consueta forma di scambio con i bianchi, i nativi iniziarono a padroneggiare nell’uso di coltelli dalla manifattura più resistente, fucili ed asce in metallo.
Alcune di queste asce, dette Pipe Tomahawk – dotate di un manico forato ed un fornello per fumare – venivano forgiate espressamente per il mercato dei “social smokers” delle tribù.

Conclude la visita una sezione dedicata alla celebre spiritualità indiana: sono infatti esposti manufatti che fungevano da tramite tra le tribù e il Grande Spirito, pipe sacre e tabacco il cui fumo saliva verso il cielo e stabiliva un contatto, ventagli di penne d’Aquila – non è un caso che l’Aquila sia l’uccello che vola più in alto – il cranio di bisonte, simbolo terreno del Grande Spirito sulla terra, ed erbe sacre.
Un’occasione irripetibile per gli appassionati di questa affascinante cultura, un percorso ricco di storia che permetterà ai visitatori di godere della vista di oggetti unici.

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