Stati Uniti. La guerra degli oleodotti, Sioux contro Cowboy

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Lo scorso 25 Gennaio Donald Trump ha autorizzato l’avvio dei lavori di costruzione degli oleodotti Keystone  e Dakota Access. Ricomincia così l’antica guerra degli indiani contro i bianchi.

Gli oleodotti strapperanno ai nativi Sioux di Standing Rock dei terreni considerati sacri, attraverseranno le acque potabili del Lago Oahe e comporteranno l’espropriazione di un’ampia fetta di territorio appartenente alla Riserva di Tahono, in Arizona.

Il progetto, il cui valore stimato è pari a 8,3 miliardi di dollari, permetterà di trasportare il greggio dal North Dakota all’Illinois.

 

Il Progetto del Dakota Access: l’oleodotto attraverserà gli Stati Uniti dal North Dakota fino all’Illinois, avvicinandosi alle riserve naturali dei Sioux. (CTV News)

 

Partirà da Washington la marcia di protesta prevista per il 10 marzo organizzata dalle 562 tribù Sioux attualmente presenti sul territorio statunitense. I decreti operativi del Tycoon americano pongono fine al periodo di distensione che Obama aveva faticosamente perseguito.

Dopo le proteste dei nativi nel dicembre 2016 l’Amministrazione precedente aveva bloccato i lavori di costruzione . All’epoca i Sioux considerarono quel provvedimento una scelta storica ed espressero “immensa gratitudine” a Barack Obama.

Lo scorso Dicembre 7mila persone parteciparono all’occupazione del Parco Nazionale di Malheur, nell’Oregon. Mentre i nativi furono assaliti dalla polizia, i cowboy bianchi furono assolti dal tribunale. “C’è un sistema di giustizia per i bianchi e uno per gli indiani” evidenziò in quell’occasione Dave Archambault, Presidente dei Sioux di Standing Rock.

A prendere parte alle proteste anche gli ambientalisti che allora evidenziarono le ricadute negative sull’ambiente e sulle falde acquifere in caso di costruzione degli oleodotti.

“Siamo preoccupati perché, se il progetto proseguirà, quasi certamente provocherà un’escalation di conflitti e disordini. Nel migliore dei casi avremo la contaminazione della rete idrica ha detto Anne Simpson, a capo del Governo Societario di Calpers, l’Agenzia legata al fondo di Previdenza della California.

Dinanzi alle proteste Donald Trump si è giustificato sostenendo che il progetto creerà migliaia di posti di lavoro. La promessa non è bastata ad accontentare gli indiani, in grande parte disoccupati ma pur sempre desiderosi di salvaguardare l’integrità dei loro territori e dell’eredità culturale.

Questa volta ad affiancare i nativi non ci sono solo gli ambientalisti ma anche molti investitori. 120 di loro, appoggiati da Calpers, stanno facendo opposizione alle banche disposte a finanziare il progetto di costruzione.
Più di 40.000 persone hanno firmato una petizione con l’obiettivo di ottenere un dirottamento degli oleodotti verso i territori che non appartengono alle riserve delle tribù indiane.

Una lettera di protesta è stata resa pubblica con l’intenzione esplicita di ledere la reputazione di determinati istituti di credito. Sono 17 le banche annoverate nella lista: Bank of Tokyo, Bayern Munchen, BNP Paribas, Citigroup, Intesa San Paolo, Credit Agricole, ING, Bank of China, solo per citarne alcune.

Finanziando questo progetto, rischiano gravi danni alla reputazione, soprattutto se il conflitto si intensifica. Delle alternative esistono eccome. Imploriamo le banche interessate di prendere in mano la situazione per sviluppare un piano che rispetti le tribù indiane e la sovranità sui loro territori”  ha dichiarato al Financial Times Scott Stringer, revisore dei conti della città di New York.

E’ sempre stata una storia travagliata quella dei nativi americani, la loro sovranità territoriale è stata spesso minacciata da forze esterne.

Quando sbarcarono i primi coloni l’America era l’unico continente vergine o quasi. La maggior parte degli indiani che vi abitavano erano nomadi o seminomadi. Cacciatori, raccoglitori, pescatori e una minoranza di agricoltori divenuti sedentari nei pueblos, i villaggi del Sud. Le terre erano fertili, il clima generoso e il suolo particolarmente ricco.

All’alba dello scorso secolo la storia dei nativi sembrava prossima alla sua fine. Quando arrivarono i coloni, gli indiani furono spinti sempre più in là.  Se erano circa 12 milioni all’inizio del ‘600, nel 900 si ridussero a 200 mila individui.

Decimati dai coloni ma anche dalle malattie portate dagli europei, gli indiani d’America sembravano vicini all’estinzione che per fortuna non arrivò mai. Oggi il numero degli indiani è cresciuto raggiungendo l’1,7% della popolazione totale.

Molte comunità sono riuscite a rialzarsi impegnandosi nel settore turistico. Alcune gestiscono le riserve e altre i casinò, come nel caso dei Mohicani più ricchi.

Non tutte le tribù sono state così fortunate però. A volte vivono in territori troppo aridi per costruire e creare imprenditorialità e per questo motivo riversano in condizioni di povertà estrema.
Ecco perché costruire degli oleodotti in territori già così complicati da gestire recherebbe un enorme danno all’imprenditorialità turistica, forse l’unica attività che resta alle minoranze che abitano a cavallo tra il Nuovo Messico e l’Utah.

Le proteste non si placheranno se l’Amministrazione Trump non darà ascolto alle istanze dei nativi. Gli indiani sono disposti ad utilizzare la resistenza fisica nel caso fosse necessario.
Dovranno passare sul mio corpo” ha detto Verlon Josè, Capo Tribù.

 

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