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Sioux contro Trump, la battaglia impossibile continua

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Non si ferma la battaglia degli Indiani d’America contro il progetto di costruzione degli oleodotti.

Dopo l’ultima protesta organizzata dalla tribù di Standing Rock, i Sioux sono tornati a Washington lo scorso 12 marzo in occasione della Native Nations March. Al suono di “Trump must go“, si sono accampati davanti alla Casa Bianca a pochi passi dallo studio ovale, ma il megaprogetto del Dakota Pipeline non si ferma. La Corte d’Appello ha infatti respinto il ricorso presentato dalle tribù.

“Euna sfida contro lingiustizia, continueremo la nostra protesta pacifica. Le popolazioni indigene non possono sempre essere messe da parte a vantaggio degli interessi aziendali o dei capricci del governo” -ha ribadito all’Ansa Dave Archaumbault, capo tribù  – “siamo venuti qui contro l’aggressione alle nostre risorse naturali, contro la profanazione della sacralità delle nostre terre, dove sono sepolte generazioni di nostri antenati che vi hanno vissuto cacciando i bisonti” ha aggiunto.

Durante la marcia i nativi hanno rivendicato uno dei tanti trattati ottocenteschi firmati con i bianchi. Uno di questi  – quello di Fort Laramie – garantiva agli indiani il diritto di sovranità sulle loro terre in cambio della possibilità di attraversamento per i pionieri bianchi.

A nulla pare stiano servendo gli avvertimenti di 131 geologi. Questi ultimi hanno evidenziato le conseguenze perniciose che la costruzione dell’oleodotto potrebbe avere sulla condizione delle falde acquifere.

Dinanzi alle proteste Donald Trump si è giustificato sostenendo che il progetto creerà migliaia di posti di lavoro. Del resto il tycoon americano punta all’autonomia energetica e non prende in considerazione il patrimonio naturalistico e i rischi connessi ad un eventuale intervento eccessivamente invasivo.

Gli indiani- in grande parte disoccupati ma pur sempre desiderosi di salvaguardare l’integrità dei loro territori e dell’eredità culturale- non si accontentano.

Lo scorso mese una lettera di protesta era stata resa pubblica con l’intenzione esplicita di ledere la reputazione degli istituti di credito disposti a finanziare il progetto. Erano 17 le banche annoverate nella lista: Bank of Tokyo, Bayern Munchen, BNP Paribas, Citigroup, Intesa San Paolo, Credit Agricole, ING, Bank of China, solo per citarne alcune. La lista, tuttavia, non ha avuto l’effetto desiderato.

E’ sempre stata una storia travagliata quella dei nativi americani, la loro sovranità è stata più volte minacciata da forze esterne.

Quando sbarcarono i primi coloni l’America era l’unico continente vergine o quasi. La maggior parte degli indiani che vi abitavano erano nomadi o seminomadi. Cacciatori, raccoglitori, pescatori e una minoranza di agricoltori divenuti sedentari nei pueblos, i villaggi del Sud. Le terre erano fertili, il clima generoso e il suolo particolarmente ricco.

All’alba dello scorso secolo la storia dei nativi sembrava prossima alla sua fine. Quando arrivarono i coloni, gli indiani furono spinti sempre più in là.  Se erano circa 12 milioni all’inizio del ‘600, nel 900 si ridussero a 200mila individui.

Decimati dai coloni ma anche dalle malattie portate dagli europei, sembravano vicini all’estinzione che per fortuna non arrivò mai. Oggi il numero degli indiani è cresciuto raggiungendo l’1,7% della popolazione totale.

Molte comunità sono riuscite a rialzarsi impegnandosi nel settore turistico. Alcune gestiscono le riserve e altre i casinò, come nel caso dei Mohicani più ricchi.

Non tutte le tribù sono state così fortunate però. A volte vivono in territori troppo aridi per costruire e creare imprenditorialità e per questo motivo riversano in condizioni di povertà estrema.
Ecco perché costruire degli oleodotti in territori già così complicati da gestire recherebbe un enorme danno all’imprenditorialità turistica, forse l’unica attività che resta alle minoranze che abitano a cavallo tra il Nuovo Messico e l’Utah.

 “Make America Great Again” è  stato lo slogan della campagna per le presidenziali di Donald Trump. Il progetto per il Dakota Pipeline rientrava nel programma elettorale. Se poi la sua costruzione contribuirà o meno a rendere effettivamente grande l’America, si scoprirà solo in futuro.

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