Divieti europei, ora è il turno del pesce spada italiano

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“Qui finisce che tra dieci anni non pescherà più nessuno. Per fortuna mio figlio ha scelto un altro lavoro: monta frigoriferi sulle barche ed è contento così” così spiega a La Repubblica Franco Comes, pescatore pugliese, 54 anni.

La sua famiglia, che vive da sempre di pesca, sta per essere travolta dal nuovo provvedimento europeo che predisporrà un tetto massimo alla pesca dei pesci spada.

Se da un lato la decisione è giustificata dalle sacre ragioni ecologiche -visto che gli ultimi 30 anni di sfruttamento hanno ridotto la specie del 70%- d’altro canto la direttiva europea taglierà posti di lavoro, generando a sua volta una competizione controproducente tra i pescatori che vorranno spartirsi le quote.

Ad ovviare al problema dello sfruttamento è stato l’Iccat -l’organismo che si occupa della tutela dei tunnidi dell’Atlantico- che ha concepito un tetto alle catture vincolante per i 27 paesi membri. La quota complessiva annua pescabile ammonta a 10.500 tonnellate, cifra soggetta a un successivo abbassamento del 3% previsto tra il 2018 e il 2022.

La torta andrà divisa tra i vari Paesi, ogni porzione sarà a sua volta spartita tra i pescatori locali proporzionalmente al pescato degli anni precedenti

Ed è qui che si prevede una probabile sconfitta italiana: se si usa la produzione come parametro resta fuori la produzione “in nero”, che nel nostro paese varia tra il 5 e il 30%. La cosiddetta pesca non professionale è spesso un meccanismo utilizzato per sottrarsi ai doveri fiscali. Le quote andranno quindi a danneggiare i pescatori “regolari” e di conseguenza più “virtuosi”.

Si trova a Monopoli, in Puglia, una delle flotte più importanti per la pesca del pesce spada. Ai pescatori locali il provvedimento europeo non piace, naturalmente. “I pesci ci danno lo stipendio, figurateci se possiamo essere noi a fregarcene dell’ambiente. La colpa è del cambiamento del clima, dell’aumento della temperatura del mare. Adesso qui tiriamo su tonnellate di gamberi rosa che fino a qualche anno fa arrivavano a malapena in Sicilia” ha spiegato adirato a La Repubblica Comes.

“Ci autoregoliamo da soli. Ad esempio, anche se non rientrava nella quote, da tempo non peschiamo più l’ala lunga. Il sistema dei tetti funziona, c’è stato un ripopolamento importante di tonni, ormai arrivano fin dentro i porti, quasi li accarezziamo come fossero cagnolini. Però le quote sono state distribuite male, c’è chi pesca tanto e chi è senza autorizzazione ed è costretto a ribattere in mare il pesce, che peraltro ormai è morto, o di donarlo in beneficienza, per evitare multe che arrivano fino a 150.000 euro o al ritiro della licenza” ha detto ancora Gianluca Sardano, segretario della cooperativa di Monopoli.

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