Roma, in mostra Yoko Ono e Claire Tabouret: uno specchio rotto per andare oltre le convenzioni

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Le cose non sono mai permanenti. Non si deve mai stare al centro. È molto meglio stare di lato perché si vedono meglio le cose. Io sono da sempre un’outsider, credo sia una condizione di privilegio. (Yoko Ono)

L’immagine di uno specchio come metafora di un confronto e di uno scontro con noi stessi. Ma rompere uno specchio significa anche passare oltre, attraverso. È l’arte concettuale che Yoko Ono mette in dialogo con una delle artiste più talentuose sulla scena mondiale contemporanea – Claire Tabouret. Talenti a confronto nella splendida cornice di Villa Medici a Roma, aperta all’arte e alle performance delle due artiste con la mostra One Day I Broke a Mirror, allestita fino al prossimo 2 luglio.

Un unico progetto espositivo per due voci soliste, che raccontano la proprio visione del mondo e la continua e agognata ricerca della libertà. Sempre attraverso un forte impegno intriso di messaggi e richiamanti il pubblico alla partecipazione attiva.

Un titolo espressamente creato e voluto da Yoko Ono per questa mostra, che esplora il decennio 1960-1970 della produzione di un’artista multidisciplinare, tra i primi membri di Floxus – un movimento libero di artisti d’avanguardia degli anni ‘60 – e attiva sulla scena underground newyorkese, impegnata a ridefinire l’arte di quel periodo.

A caratterizzare la creatività della compagna di vita di John Lennon è sempre stata un’arte fortemente legata al concettuale, sempre attenta a diffondere messaggi chiari di pace, libertà, attivismo, conquista, uniti a performance nelle quali Yoko Ono ha sempre chiesto al suo pubblico di prendere parte attiva attraverso in esperienze performative. Per cambiare insieme il mondo e rivelarsi protagonisti di un’unica grande scena mondiale, dove tutti gli essere umani sono chiamati a giocare il loro ruolo di artefici.

A Villa Medici – Dalle Grandes Galeries alla Loggia, dai Giardini all’Atelier di Balthus – va così in scena un’esposizione in cui Yoko Ono e Claire Tabouret dialogano come in un contrappunto musicale tra dipinti, installazioni, video ed esperienze altamente sensoriali e partecipative.

EYoko Ono ad avviare il dialogo del percorso espositivo – che rappresenta il secondo momento del ciclo di esposizioni Une, ideato dalla direttrice Muriel Mayette-Holtz e curato da Chiara Parisi – aprendo con  con Sky TV (1966) – trenta monitor che trasmettono in tempo reale le immagini del cielo captate da una videocamera posizionata all’esterno di Villa Medici – punto di partenza del confronto tra le due artiste è ancora un’opera di Yoko Ono, Painting to be Stepped on (1961), creata con l’idea di abitare il corpo evocato da orme impresse su una tela.

Risponde Sitting di Claire Tabouret, un grande dipinto del 2016, che ci parla del modo in cui si prende posto in un gruppo, in questo caso di donne, sedute in una posizione ferma e determinata. L’immagine irradia una serena tranquillità e al contempo la forza “del gruppo”: queste donne sono unite dall’energia che solo una convinta condivisione riesce a dare, sono sedute lì per rimanervi.

Le Istruzioni per ribaltare la percezione dello spazio, sovvertire le dimensioni e la staticità stessa della stanza, arrivano da Blue Room Event (1966), quindici frasi scritte sulle pareti e il soffitto della sala Ceiling Painting (1966),

mentre l’installazione Skyladders (1992) occupa l’ingresso delle Grandes Galeries con un gruppo di scale di legno, tutte diverse, come invito a non guardare la realtà da un’unica prospettiva; il video Freedom (1970), girato al ralenti, mostra Yoko Ono nell’atto di strappare il reggiseno che indossa: un’incitazione a liberarsi dalla costrizione dei legami sociali.

All’ingresso della Loggia, come sulla porta dell’edificio di John Lennon e Yoko Ono, Nutopian Embassy (1973), una targhetta in rame memorizza il nome del paese immaginario fondato dai due artisti per porre fine ai problemi di immigrazione di John Lennon.

La critica verso ogni forma di guerra e l’armonia tra i popoli sono tematiche costanti nelle installazioni e nelle performance di Yoko Ono, così come il suo attivismo politico che si sublima in poesia, l’insofferenza per il convenzionale, l’adesione ai movimenti pacifici di protesta.

A questa concezione fa eco quella di Claire Tabouret, nelle sue donne ritratte come forti e vulnerabili al tempo stesso:

avventuriere che sfidano il visitatore a intraprendere un viaggio attraverso i continenti e fuori dal tempo.

Una sorta di onda d’urto percorre tutta la mostra, un movimento che diventa protesta, una forma di insurrezione pacifica ma ferma, fatta da individui e da gruppi che si fronteggiano tenendosi testa, ciascuno con il suo gesto che diventa simbolo della propria resistenza quotidiana.

Tabouret e Yoko Ono: due generazioni completamente differenti (la giovane artista francese classe ’81, mentre la compagna di John Lennon classe ’33), eppure una sola visione del ruolo dell’arte e dell’artista: perfettamente in equilibrio tra l’essere un’avventuriera conquistatrice e mettersi in disparte osservando la realtà.

Un gioco che consente loro di non prendersi mai troppo sul serio e un’ostinazione nel rifiutare ferree logiche accademiche e costrizioni sociali. Con loro l’arte diventa il punto di forza della collettività, uno strumento popolare che accomuna e non divide.

Nell’opera The Team (2016), sette donne sono imprigionate nello stesso drappo, come un unico corpo dal quale emergono diverse individualità; si specchiano in Wrapped chair (1966) di Yoko Ono, una sedia imballata con strisce di garza.

Quest’opera, riattivata grazie alla collaborazione tra Yoko Ono e Claire Tabouret, ci proietta nella dimensione performativa che ha reso celebre l’artista-icona, richiamando la sua stessa performance Sky piece for Jesus Christ (1965) – un gruppo di performer avvolgevano i musicisti di un ensemble con delle garze fino a immobilizzarli –, riproposta eccezionalmente dalla JuniOrchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, il giorno dell’inaugurazione della mostra a Villa Medici.

E poi c’è elemento che dà la vita: l’acqua, essenziale per l’arte di Yoko Ono, così come per la città che ospita la mostra – Roma – emblema di uguaglianza in quanto risorsa essenziale per la sopravvivenza.

Per Claire Tabouret l’acqua significa memoria. I colori, acquosi, che l’artista utilizza, riescono a creare un’atmosfera notturna ed evanescente dove tutto può accadere. L’artista ha conquistato il riconoscimento della critica grazie alle sue tele dai colori acidi, stranianti e atemporali, le sue donne guerriere dallo sguardo risoluto, il suo esercito di bambini mascherati nell’atto di brandire lance luminose, a metà tra un quadro di Paolo Uccello e l’immaginario di Guerre stellari.

 

Info utili:

Mostra: Yoko Ono / Claire Tabouret
ONE DAY I BROKE A MIRROR

Date: 5 maggio–2 luglio 2017

Orari di apertura: da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 19.00
(ultimo ingresso alle 18.30). Chiuso il lunedì.

Biglietto unico per la mostra e la visita guidata a Villa Medici e ai giardini:
12 € (tariffa intera) / 6 € (tariffa ridotta*). Ingresso libero per la mostra tutti i
giovedì dalle 17.00 alle 19.00 (ultimo ingresso alle 18.30).

 

 

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