La fotografia immortale di Henri Cartier-Bresson incanta San Gimignano

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“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale” (H. Cartier-Bresson)

La storia si racconta con le immagini, che spesso valgono più di mille parole e descrizioni. E mai nessuno come lui ha saputo ritrarre la vera anima del Novecento, tanto da meritarsi l’appellativo di ‘occhio del secolo’: Henri Cartier-Bresson, il fotografo francese che ‘di fotografia non ci capiva nulla’ è giunto oggi nella cornice di uno splendido borgo toscano, per ammaliare con i suoi scatti immortali.

“Henri Cartier-Bresson. Fotografo”, allestita alla Galleria d’arte moderna e contemporanea Raffaele De Grada di San Gimignano, dal 16 giugno al 15 ottobre, getta un faro accecante sul pioniere del foto-giornalismo raccontato su istantanee, su colui che ad appena 22 anni compra la sua prima Leica, ma è ancora alla serrata ricerca del proprio futuro professionale.

Sarebbe stata la pittura (la sua passione prima)? Il cinema? “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.

Due anni dopo scatta la sua immagine guida, quella scelta per questa rassegna monografica – curata da Denis Curti e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di San Gimignano, prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi – che mira a far conoscere e comprendere appieno in 140 fotografie il modus operandi del maestro, la sua continua ricerca di contatto con gli altri, nell’immortalare quell’attimo davvero fuggente con la vorace istintività dell’occhio e della mano umani.

Scatti che colgono la contemporaneità delle cose e che sono lucidi testimoni della nitidezza e della precisione della sua percezione. Una scelta precisa la sua, che non sviluppava mai personalmente i propri scatti, lasciando il lavoro a specialisti del settore e concentrandosi piuttosto sul momento preciso in cui lo scatto stesso partiva:

Non voleva mai apportare alcun miglioramento al negativo, non voleva rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresentava solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”, diceva.

Non apportava miglioramenti ai negativi, non tornava neppure a inquadrare le sue fotografie. O le accettava o le scartava. Null’altro.

E neanche le pompose didascalie amava. Si limitava a segnare luogo e data delle istantanee, come si può ben notare negli scatti in mostra: Viale del Prado, Marsiglia, Francia, 1932; Place de l’Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia, 1932, e così via.

“Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi – diceva – sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”.

È tutto qui il suo senso del suo non capirci nulla di fotografia. Lo scatto per Bresson è il passaggio dall’immaginario al reale, con una spontaneità disarmante e una capacità unica di cogliere il momento. Ed ecco che non amava mettere i soggetti in posa, ma preferiva ritrarli nel quotidiano, perfettamente inseriti nel loro ambiente per amplificare all’ennesimo potenza l’effetto spontaneità.

Per parlare di Henri Cartier-Bresson – afferma Denis Curti, curator per San Gimignano – è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il Moma di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947.

Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos, punto di riferimento per i fotogiornalisti mondiali. Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

Proprio la Magnum, che quest’anno ha celebrato 70 anni di vita. Tra i suoi co-fondatori eccelle il grande maestro francese. Fondatori che fin da subito si sono spartiti le aree geografiche, garantendo massima copertura degli avvenimenti mondiali: Henri Cartier-Bresson fotografa l’ Oriente, David Seymour l’Europa, William Vandivert l’America, George Rodger il Medio Oriente e l’Africa e Robert Capa piena libertà d’azione nel mondo.
I reportage di questi grandi fotografi hanno segnato l’inizio della grande avventura Magnum, che ha influenzato in modo determinante l’evoluzione del fotogiornalismo.

Centinaia di fotoreporter sono passati dai suoi studi, e tutt’oggi lo fanno. L’agenzia è celebre al grande pubblico per aver alcuni storici reportage di guerra, come quella in Vietnam, ad opera del fotografo P.J. Griffiths, per aver prodotto immagini relative ad eventi di carattere storico e sociale come il movimento per i diritti civili in America realizzate da L. Freed, o le condizioni dei lavoratori boliviani rivelate dall’obbiettivo di F. Scianna. O come le foto di Erwitt, quelle dedicate al mondo dei cani.

Una vita spesa quasi per caso nel mondo della fotografia, quella di cartier-Bresson, colma di avventure, viaggi (Europa, India, Russia, Stati Uniti), mostre, collaborazioni con giornali e riviste, sempre alla ricerca dell’istante giusto da cogliere, senza costruzioni, orpelli e rimaneggiamenti. Il mondo così come è. Senza filtri.

Due gioielli quindi si troverà davanti il pubblico di questa mostra:

lo splendido borgo toscano di San Gimignano, arroccato nella provincia senese, dal severo aspetto medievale ed eretto su un colle che domina tutta la Val D’Elsa con le sue tante e famose torri, e i 140 tesori del maestro francese che spiccano immortali, raccontando quello che i suoi occhi e la sua mano hanno deciso di cogliere nell’istante esatto in cui hanno scattato con la famosa Leica, la prima acquistata nel 1932 pronta a seguirlo nel viaggio in Europa e divenuta simbolo della sua arte di fissare gli attimi in eterno.

 

Info utili:

Titolo
HENRI-CARTIER BRESSON
Fotografo

Periodo
16 giugno – 15 ottobre 2017

Sede espositiva
San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano 11
Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”

Orari
16 giugno – 30 settembre: ore 10.00- 19.30
1 ottobre-15 ottobre: ore 11.00- 17.30

Ingresso
€ 9,00 Intero
€ 7,00 ridotto

Credits: Opera laboratori – Civita 

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