Il turismo a numero chiuso può davvero essere il futuro?

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E’ notizia di questi giorni che il 2017 è l’anno mondiale del turismo, con una crescita rispetto allo scorso anno del 10%.

Da inizio secolo, il numero delle persone che viaggiano è già salito vertiginosamente, ed entro il 2030 assumerà dimensioni preoccupanti, dell’ordine di 2 miliardi.

Da Venezia alla Liguria, fino a Roma, l’idea di un turismo a numero chiuso sta contagiando proprio tutti e si è aperto in questi giorni un dibattito nazionale.

L’obiettivo resta quello di alleggerire la morsa in città fragili, che sfiorano in media 30 milioni di visitatori all’anno. Raggiungere un numero limite e  fuori tutti gli altri. Per non patire più l’effetto Disneyland, la trasformazione cioè di un luogo in un animale impagliato a uso e consumo di chi viaggia.

L’installazione di conta persone è indubbiamente la misura più discussa del pacchetto ‘turismo moderato’ accanto a quella di un turismo sostenibile, avanzata per la prima volta lo scorso aprile dalla città di Venezia.

Il capoluogo veneto vorrebbe infatti limitare gli accessi alle aree più affollate, come il Ponte degli Scalzi, Riva degli Schiavoni e, ovviamente, Piazza San Marco.

In determinate ore e periodi, tali aree potrebbero essere accessibili solo su prenotazione, con il pagamento di un ticket di 5 euro, onde avere una presenza massima giornaliera di 65 mila persone.

La delibera del Comune arriva in risposta all’Unesco che, dallo scorso luglio, ha messo sotto osservazione Venezia ipotizzando l’inserimento della città tra i siti in pericolo, in assenza di interventi immediati che contrastino l’asfissia turistica.

Anche in Liguria ha trovato accoglienza l’idea di uno stop all’invasione dei turisti, con il Parco delle Cinque Terre che dal 1 giugno scorso ha iniziato a bloccare l’accesso.

Il direttore del Parco, Vittorio Alessandro, ha proposto infatti di porre un tetto al numero di turisti che affollano le spiagge e i borghi della riviera.

E così, lungo i 45 sentieri che dipendono dal Parco, un centinaio di chilometri a picco sul mare, si è deciso di consentire il passaggio dietro al pagamento di un ticket giornaliero di 7,50 euro, e di monitorarlo attraverso un’app, “Cinqueterre Hicking”, che segnala in tempo reale affollamenti e stop lungo le vie.

Tuttavia non sempre l’app funziona, e non tutti i comuni condividono la scelta del numero chiuso, consapevoli del fatto che il loro flusso turistico che vanta circa un milione di presenze ogni anno, contro i 1300 residenti, genera ricchezza.  

“Bisogna studiare e stimare il carico antropico dei turisti dei Paesi delle Cinque Terre, è questa la situazione” – spiega il sindaco di Monterosso, Emanuele Moggia – “Stabilire quante persone in media possono occupare un metro quadro di territorio: una, tre, 0,2? Gli albergatori punteranno a pochissimo, le bruschetterie al più possibile. Ci sono interessi contrapposti. E infatti serve una decisione politica, presa a un livello più alto del nostro”.

A Roma è arrivata secca la risposta della giunta capitolina, all’ipotesi che anche nella capitale possano prevedersi ticket per prenotare l’ingresso nelle piazze storiche.

“Assolutamente no”, dichiara il vicesindaco e assessore alla cultura, Luca Bergamo. “Così facendo, si rischia che a pagare le conseguenze del numero chiuso siano le piccole comitive, gli escursionisti on the road, e gli stessi visitatori romani”.

I dubbi infatti sulla reale efficacia delle misure non mancano.

Forse più che limitare in toto gli accessi e il numero dei turisti, ogni Comune potrebbe prima lavorare sulle autorizzazioni a chi affitta la casa per turismo e premiare chi invece si sposta in zone più periferiche o sulla terraferma.

Anche la creazione di poli museali alternativi, fuori dal centro storico, potrebbe aiutare a tirare fuori opere d’arte dagli archivi e spostare flussi turistici dai soliti itinerari, creando luoghi più agevoli per ammirarle.

A ogni modo, per il momento la questione resta solo un’idea e se ne riparla dalla seconda metà del 2018.

 

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