Elliott Erwitt: Il fotografo della commedia umana in mostra a Forlì

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Le idee, per quanto siano straordinariamente interessanti nella conversazione e nella seduzione, hanno poco a che vedere con la fotografia. La fotografia è il momento, la sintesi di una situazione, l’istante in cui tutto combacia. È l’ideale fuggevole. (E. Erwitt)

Personae. Un titolo abile nel riassumere l’intero lavoro e l’intensa vita di uno dei fotografi più amati del Novecento: Elliott Erwitt, l’uomo innamorato dell’umanità tutta, delle sue contraddizioni, dei suoi tratti, del suo fascino incondizionato, risultato non solo della celebrità dei volti da lui immortalati, ma della quotidianità di un’esistenza spesa, da tutti e senza distinzioni, tra paradosso e normalità. Un piglio scoppiettante e intriso di dualismo, quello della mostra ospitata nelle sale del complesso conventuale dei Musei San Domenico, a Forlì.

Se la vita degli esseri umani si riduce a una commedia, Erwitt ne è senz’altro il fotografo ufficiale. Un merito non da poco per colui che con la stessa empatia, con lo stesso senso di appartenenza è riuscito con genialità e maestria a catturare volti e animi di personaggi famosi e cani, modelle e bambini, ambientazioni surreali e luoghi affascinanti. Visi iconici fissati in eterno dalla sua macchina fotografica, uno strumento che ha regalato al mondo foto in bianco e nero e a colori, proprio come quelle esposte oggi a Forlì e da lui personalmente scelte.

Sono 170 gli scatti destinati e restare nella cornice forlivese fino al prossimo 7 gennaio: Marilyn Monroe, Che Guevara, Fidel Castro, Sophia Loren, Jacqueline Kennedy, John Kennedy, Arnold Schwarzenegger, Fidel Castro sono solo alcune delle molte celebrità colte dal suo obiettivo e presenti in allestimento. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l’ironia e la complessità del vivere quotidiano. Con lo stesso atteggiamento, d’altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto.

Il titolo Personae calza a pennello su un’esposizione che Erwitt stesso ha voluto fosse iconica della concretezza della vita e dei suoi paradossi. Un’esistenza in bilico tra autenticità, maschera e teatro: un equilibrio sottile che si percepisce in tutta la sua produzione, soprattutto in quella che egli firma con lo pseudonimo di André S. Solidor: A.S.S.

Chi è Solidor? Nient’altro che il suo alter ego, pronto a stupire nella mostra romagnola con gigantografie e spezzoni video. È alto rappresentante di tutto ciò che Erwitt detesta: il digitale e il photoshop, la nudità gratuita e l’eccentricità fine a se stessa. Una maschera dissacrante che prende in giro certi artisti, con una esilarante parodia, che fa sorridere e, al tempo stesso, invita a una seria riflessione sul mercato dell’arte.

Nel mio lavoro c’è del nudo perché mi piace la gente nuda”. Ecco come si presenta André Solidor divertendosi a prendere in giro Erwitt, come nel video mostrato in loop in cui, alla domanda “Lei conosce Erwitt”, afferma apertamente: “ho visto qualcosa, ne ho sentito parlare ma non lo tengo in grande considerazione, so che ci prova”.

Con Solidor si apre la sezione dedicata al colore in questa mostra curata da Biba Giacchetti con il progetto di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni ’40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi. Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda.

Ecco chi è Erwitt, un uomo che ama prendersi in giro, come solo i grandi sanno fare, ed entrare nel cuore e nell’anima delle persone tanto da coglierne l’essenza dissacrante. Se così non fosse, non si potrebbero spiegare certi ritratti destinati a restare storia. Come il primo Che Guevara sorridente che si ricordi.

Proprio Erwitt riesce a strappare al simbolo della rivoluzione cubana, un uomo restio a farsi fotografare e scostante, un disarmante sorriso che irrompe nell’obiettivo del fotografo, regalando al mondo tutto il suo fascino, complice una scatola di sigari cubani.

Fidel Castro in persona resta ammaliato da Erwitt e decide di portarlo in viaggio assieme a lui e al Che. Proprio lui, giornalista americano in clima di piena guerra fredda e con l’embargo Usa giunto al culmine. Solo Erwitt sa compiere miracoli di tale portata. Da quel viaggio nascono fotografie eterne ed empatiche, destinate a restare nella storia del fotoracconto.

E la splendida Jacqueline Kennedy, la celebre Jackie, che Erwitt magistralmente fotografa nel triste giorno dei funerali di Jfk: sguardi spenti, intrisi di dolore e la grande dignità di una donna che sotto il suo velo nasconde lacrime che scendono dagli occhi e di cui Erwitt si accorge poi, stampando personalmente le fotografie.

Ci sono poi immagini taglienti come lame, che di commenti non hanno bisogno, come la foto scattata in un luogo pubblico nella Carolina del Nord in pieno clima di segregazione razziale: Erwitt immortala la separazione tra bianchi e neri. Uno scatto secco, che lascia poco spazio a didascalie e parole.

E poi c’è l’ironia, che lo porta, oltre che a lavorare sotto pseudonimo di André Solidor, a progettare le campagne pubblicitarie che gli vengono commissionate, non lesinando genio e creatività, oltre che positiva follia. Doti che lo portano a far entrare cavalli nei pregiati saloni del Ritz hotel di Parigi, a fotografare nobildonne siciliane in atteggiamenti lussuriosi e ad occuparsi di fotografie di moda con un piglio sempre critico e sveglio, oltre che fedele ai propri valori. Come quando gli vengono commissionati servizi fotografici sul tema delle scarpe e sceglie come punto di vista privilegiato chi secondo lui si trova a stretto contatto tutti i giorni con le gambe e i piedi dell’essere umano: cani e gatti.

E in un particolare progetto, dovendosi servire di gatti, sceglie come provocante location una fiera felina. Nulla di più stravagante e bizzarro per le redattrici di moda abituate a ben altre frequentazioni: un piccolo castigo di Erwitt verso un atteggiamento di superiorità che il fotografo non ha mai amato.

I suoi scatti di Marilyn Monroe sono poi ancora più celebri. La fotografa ovunque, mentre recita impegnata nei suoi film e nei momenti più nascosti e privati della sua vita, restandone sempre e comunque affascinato. La diva si apre a lui come un libro desideroso di essere letto, si fida di lui, della sua empatia, della sua onestà, del suo magico tocco di fotografo e di essere umano e per lei Erwitt riserva solo ammirazione. Più che la sua bellezza, a colpirlo era la sua innata capacità di sfondare l’obiettivo: “E’ estremamente intelligente, sensibile e simpatica ed è praticamente impossibile farle una brutta fotografia”.

Di aneddoti è ricca la vita di questo talentuoso e vigoroso fotografo che proprio non ne vuole sapere di attaccare la macchina fotografica al chiodo. Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant’anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo.

 

Info utili
Titolo
ELLIOTT ERWITT PERSONAE

Periodo
23 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

Sede
Forlì, Musei San Domenico
Piazza Guido da Montefeltro

Orari
Da martedì a venerdì ore 9,30 –18,30
Sabato, domenica e festivi ore 10,00 – 19,00.

Biglietti (audioguida inclusa)
Intero € 11,00
Ridotto € 9,00

Credits: Ufficio stampa Civita Mostre

 

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