Il “Futuro-classico-razionale” di Virgilio Marchi in mostra a Roma

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Roma. “Futuro-classico-razionale”, una definizione apparentemente contrastante che l’architetto e artista livornese Virgilio Marchi scelse per descrivere se stesso.

A lui e all’attività visionaria che dal 1910 al 1950 lo impegnò nella progettazione di città ed edifici pubblici e privati, nella scenografia per il teatro e il cinema, la Galleria Russo di Roma dedica una mostra fino al 7 dicembre.

Fra le opere in esposizione la serie di lavori realizzati per il Concorso per il palazzo del Littorio e per l’edificio E42 di Roma, all’EUR, quartiere dall’impianto urbanistico dalla forte matrice classica. Ne deriva una lettura di Marchi come uno degli esponenti di spicco del secondo Futurismo e come uno dei maggiori scenografi italiani.

Nel 1929 disegnò’ scene e costumi per L’italiana in Algeri, in seguito lavorò’ per Alessandro Blasetti, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica. Tra il 1948 ed il 1952 realizzò’ il Cinema Odeon di Livorno, all’epoca uno dei più’ grandi d’Italia.

La curatrice Elena Pontiggia ricorda che per Marchi “non è l’ architettura a essere arte ma l’arte a essere architettura”: il vero architetto è, quindi, prima di tutto pittore e scultore.

Virgilio Marchi, che era nato nel 1895, conobbe a Roma a 21 anni Giacomo Balla, una delle figure centrali del Futurismo, e in lui riconobbe il suo maestro. Dopo la morte, nel 1916, di Antonio Sant’Elia, Marchi venne considerato tra i maggiori esponenti dell’architettura futurista, “se non il più’ grande, per radicalità intenti e profondità teorica”.

Intorno agli anni venti nascono i progetti di “opere utopistiche, irte di cunei, piramidi incuneate, ponti aerei, scale, piramidi incurvate…immagini di città irreali, roteanti e aeree come ottovolanti. “Sono architetture impossibili e infatti rimangono sulla carta” – osserva Pontiggia – “Il loro intento non è la funzionalità o l’abilità ma l’espressione di una fantasia o di uno stato d’ animo”.

Alla fine degli anni venti l’artista abbandonò il futurismo utopistico e i suoi aspetti più radicali per puntare a uno stile ispirato a un principio di ordine, alla disciplina, a una “classicità futurista” in cui “il passato non è più un modello a cui uniformarsi ma una eco più lontana”.

Non diventò razionalista anche se certe sue opere possono lasciarlo credere. La definizione che Marchi aveva coniato per sé, dunque, non rappresenta una contraddizione ma esprime “ricchezza di senso e di azione, insomma: libertà”.

 

Fonte: Ansa

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