Piranesi e il Museo disperso per il mondo

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Quando mi accorsi che a Roma la maggior parte dei monumenti antichi giacevano abbandonati nei campi o nei giardini, oppure servivano da cava per nuove costruzioni, decisi di preservarne il ricordo con le mie incisioni. Ho dunque cercato di mettervi la più grande esattezza possibile. (Giovan Battista Piranesi)

Nella triplice veste di architetto, incisore e trattatista, Giovan Battista Piranesi è il più celebre di tutti i tempi, noto soprattutto per le sue “Vedute” di Roma.

Ma si è scoperto che fu anche uno dei principali art-dealers, restauratori e rifacitori di sculture, vasi, candelabri, cippi e frammenti che venivano scavati o che lui stesso scavava nel ventre di Roma e poi collezionava nella sua casa-museo di Palazzo Tomati, prima di venderli ai nobili del Grand Tour.

L’archeologia visionaria

Piranesi si reca a Roma, per la prima volta, nel 1740 partecipando in qualità di disegnatore al seguito della spedizione diplomatica del nuovo ambasciatore veneziano Francesco Venier.

Con le “parlanti ruine” della civiltà romana, egli instaura da subito, e per sempre, un dialogo personalissimo. Le sue ‘vedute’ sono frutto di uno sguardo minuzioso, che scruta ogni minimo dettaglio.

E’ lo sguardo di un architetto, di uno scenografo, di un conoscitore della storia romana, di un artista educato al rigore prospettico del vedutismo veneziano.

E’ lo sguardo di un visionario: un fabbricatore di utopie che recuperando le forme antiche attraverso l’eccellenza della tecnica incisoria, si fa portavoce eloquente della romanità e della sua resurrezione in un mondo nuovo.

Il risultato è uno sterminato deposito di immagini della Città Eterna caratterizzate da un magico intreccio di scienza e invenzione, precisione e “capriccio” della ragione.

Un modus operandi a tratti neoclassico, nel modo in cui condivide l’interesse archeologico e l’impegno metodico e teorico, e ad altri romantico, per l’immagine particolare dell’architettura antica che trasmette nelle sue tavole, cogliendone con inquieta sensibilità la struttura monumentale.

Il negozio-atelier in cui ricreava l’antico

Piranesi a Roma non possedeva soltanto una casa a Palazzo Tomati in Strada Felice, oggi via Sistina, ma anche un museo: assai ricco e dovizioso, con centinaia di pezzi.

Si narra che nella seconda metà del Settecento, sulla scia del Grand Tour Europeo, chiunque venisse a Roma e si faceva ammettere all’esclusivissimo Club dei Dilettanti di Londra, non se ne andava senza una sua incisione e senza fare un salto al suo personalissimo museo.

“La sua casa è la cosa più curiosa mai vista; e dice che non vuole vendere nessuna delle sue antichità” – raccontava il banchiere e antiquario Thomas Jenkins.

Alla sua morte, nelle sei stanze del palazzo, che lui amava chiamava “Sagro Santo”, c’erano 262 pezzi, ma chissà quanti altri furono semplicemente passati sotto i suoi occhi.

Il Museo Piranesi e i suoi preziosi tesori

Pierluigi Panza, scrittore, giornalista e docente universitario, ha catalogato questo museo oggi disperso nel mondo, scovando dappertutto 270 antichità dislocate su 43 musei o altre collezioni del globo terreste.

Il più alto numero si trova oggi al Museo Gustavo III di Stoccolma, ai Musei Vaticani di Roma e al British Museum di Londra. Altri si trovano invece in collezioni private inglesi, o in Italia, Russia, Francia, Germania, Olanda, Polonia, Spagna… e Stati Uniti.

Tra i pezzi schedati, circa duecento transitarono dalla casa-museo dei Piranesi e furono venduti senza essere mai stati incisi.

Gli oggetti rinviano al gusto del tempo: quando Roma era la capitale d’Europa e del mondo. Era l’epoca dell’Illuminismo e del Grand Tour, degli scavi, delle scoperte e dei trattati.

Si tratta di vasi cinerari, crateri, urne, teste, busti, suppellettili, colonne istoriate, bassorilievi e frammenti.

Tra questi, il “Vaso Portland”, un vetro a cammeo blu cobalto e decori in bianco, risalente al I sec a.C, poi appartenuto al primo mecenate di Caravaggio, il Cardinal Del Monte e ai Barberini.

E ancora, una Cornucopia con testa di cinghiale, finita a Stoccolma e stimata 400 zecchini, 80 gessi della Colonna Traiana, la serie di piccoli reperti da Villa di Cassio, a Tivoli e l’Altare di Silvano, del II sec.

Il Museo Piranesi è diventato così un inventario per scoprire dove si trova oggi gran parte dei pezzi che costituivano il museo dei Piranesi e dove si trova una parte di quelli incisi per sostenere l’attivita di art-dealers.

“Bisogna intendere questo inventario come uno strumento aperto, esito di una ricognizione passibile di messe a punto, anche perché altri ricercatori – i cui studi sono utilizzati e citati in questo catalogo – stanno sviluppando ricerche settoriali in relazione a specifici ambiti geografici o singoli pezzi” – spiega Pierluigi Panza.

“Nel complesso, però,, questo Museo Piranesi documenta pienamente l’attività di art-dealers, collezionisti, restauratori, scultori e architetti all’antica dei Piranesi nell’ambito della cultura artistica europea della seconda metà del XVIII secolo e assolve allo scopo di documentare le fonti materiali del gusto piranesiano”.

 

Bibliografia: Panza, Pierluigi, “Museo Piranesi”, Skira Editore, Milano, 2017, 580 pp.

Fonte: Ufficio Stampa Lucia Crespi

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