Roma: il Lapis Niger a rischio dopo una frana

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Una delle più antiche evidenze romane dei Fori rischia di scomparire, sfaldata dagli allagamenti, si tratta del Lapis Niger: un luogo di culto ipogeo tra la Curia e l’arco di Settimio Severo, dove pare ci siano i resti di Romolo. Al di là della maledizione bustrofedica (Chi violerà questo luogo sia maledetto […] al re l’araldo […] prenda il bestiame) presente sul cippo nell’area sacra, le gravi condizioni in cui verte l’area sono dovuti all’incuria.

Come riporta la Repubblica del 10 dicembre, dopo un cedimento strutturale a inizio ottobre, due blocchi in pietra, parte della pavimentazione augustea a ridosso dello scavo, si sono staccati dopo una bomba d’acqua: solo la presenza delle impalcature ne ha impedito la caduta nelle fosse sottostanti.

Intervistato da La Repubblica il custode, Claudio Fianco, sindacalista della Flp Bac ha dichiarato: «Nello scavo il terreno sta cedendo. È l’area più soggetta a allagamenti a causa delle esondazioni della Cloaca Massima [nel 2011 l’acqua arrivò a lambire la Curia, ndr] vi transitano 20mila persone al giorno e dobbiamo sapere se non ci sono rischi anche in altre zone».

Il cantiere è nato con l’intento di bonificare e mettere in sicurezza l’area, rendendola fruibile al pubblico.

L’antico luogo del Comizio, coperto da un pavimento di marmo nero (da qui il nome Lapis Niger), venne scoperto dall’archeologo Giacomo Boni nel 1899: lo scavo al di sotto della pavimentazione portò alla luce un complesso arcaico con un altare e il cippo recante la maledizione. L’archeologo realizzò una struttura di sostegno all’ambiente sotterraneo, accessibile da una scaletta.

Con l’ultimo cantiere è stata invece scavata l’area attorno al Lapis per renderla fruibile senza doversi calare nel sottosuolo. «Non c’è stata una frana, solo uno scivolamento di blocchi che poggiano sulla pozzolana che con l’acqua si è sciolta — dice l’archeologa Fortini — sotto il Lapis Niger c’è una sorgente, un problema di umidità e stiamo studiando apparecchiature per gestirla. Il cantiere è fermo da un anno e mezzo a causa dei vari cambiamenti amministrativi, ma da martedì prossimo riapriamo».

«Fortunatamente non ci sono stati danni per i reperti, ma è evidente che bisogna chiudere lo scavo — puntualizza Scoccianti — così non si può andare avanti. Là sotto si è creato un vuoto dove l’acqua entra da più parti». Ad ogni pioggia, le stratigrafie di terra e di alcune strutture murarie in tufo all’interno dello scavo continuano però inesorabilmente a disgregarsi.

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