La leggenda di Amore e Psiche

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Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente.

Tra le storie d’amore più amate di sempre c’è quella di Amore e Psiche, una leggenda narrata dall’autore latino Apuleio nella sua opera Le Metamorfosi risalente al II d.C.. In realtà la storia d’amore tra questi due innamorati, osteggiata da vari divieti e vincoli, è molto più antica e comune a varie culture.

Amore e Psiche dipinti da William-Adolphe Bouguereau, 1890

Nel racconto di Apuleio, il dio dell’Amore, Cupido (Eros), si innamora follemente della mortale Psiche che diventa sua sposa, ignara della vera identità dell’amato. Un amore non semplice quello tra i due protagonisti della storia che simboleggia il viaggio che l’anima deve compiere per purificarsi dopo aver commesso peccato di hybris (tracotanza, superbia), tentando di penetrare un mistero che non le era consentito svelare, per raggiungere l’amore puro e, di conseguenza, il piacere.

Ma partiamo dall’inizio. La bellissima Psiche, che non riesce a trovare marito, diventa l’attrazione di tutti i popoli vicini tanto che cominciano a offrirle sacrifici e a chiamarla Venere. La divinità gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Cupido al fine di far innamorare la fanciulla  dell’uomo più brutto e avaro della Terra.

Il dio però sbaglia mira e la freccia d’amore colpisce il proprio piede facendolo innamorare perdutamente della fanciulla. I genitori di Psiche, preoccupati per il nubilato della figlia, consultano un oracolo che risponde:

« Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un’alta cima brulla. Non aspettarti un genero da umana stirpe nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui. »

Psiche è portata a malincuore sulla cima di una rupe e lì viene lasciata sola. Grazie a Zefiro, Cupido la trasporta al suo palazzo dove i due bruciano tutta la loro passione anche se il dio non rivela mai la sua identità alla giovane: gli incontri tra i due amanti avvengono solo nell’oscurità della notte.

Jacques-Louis David, Amore e Psiche, 1817

Istigata dalle sorelle, una notte Psiche, munita di pugnale e di una lampada a olio, decide di vedere il volto del suo amante, temendo che l’amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. Ma il desiderio di conoscenza le è fatale: una goccia d’olio cade dalla lampada e ustiona il suo amante.

Psiche scopre l’identità dell’amante e fa cadere una goccia di olio bollente, Jacopo Zucchi

« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa. »

Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche straziata dal dolore tenta più volte il suicidio, ma gli dei glielo impediscono. La fanciulla inizia a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo, si vendica delle avare sorelle e cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, dedicando le sue cure a qualunque tempio incontri sul suo cammino.

Arrivata al tempio di Venere si consegna alla dea, sperando di placarne l’ira per aver disonorato il nome del figlio.

La dea dell’amore la sottopone a varie prove: nella prima, deve suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali; disperata, non prova nemmeno ad assolvere il compito che le è stato assegnato, ma riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per l’amata di Cupido.

La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d’oro di un gruppo di pecore. Ingenua, Psiche fa per avvicinarsi alle pecore, ma una verde canna la avverte e la mette in guardia: le pecore diventano  molto aggressive con il sole e lei dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli.

La terza prova consiste nel raccogliere acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Qui viene però aiutata dall’aquila di Giove.

L’ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli Inferi e chiedere alla dea Proserpina (o Persefone) un po’ della sua bellezza. Psiche medita addirittura il suicidio tentando di gettarsi dalla cima di una torre; improvvisamente però la torre si anima e le indica come assolvere la sua missione.

Durante il ritorno, mossa dalla curiosità, apre l’ampolla, che le era stata data da Venere per contenere il dono di Proserpina. Dono che in realtà è sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Eros, che la risveglia dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera uscita dall’ampolla e va a domandare aiuto a suo padre.

Eros risveglia Psiche dal sonno provocato dal dono di Proserpina, raffigurato da Anthonis van Dyck

Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l’amante l’aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene la dea protettrice delle fanciulle e sposa Eros.

Il racconto termina con un grande banchetto al quale partecipano tutti gli dei, alcuni anche in funzioni inusuali: per esempio, Bacco fa da coppiere, le tre Grazie suonano mentre  il dio Vulcano cucina il ricco pranzo.

Più tardi nasce una figlia, concepita da Psiche durante una delle tante notti d’amore dei due amanti prima della fuga dal castello, che chiamata Voluttà, ovvero Piacere.

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