Moro, la mappa di un sequestro e gli appuntamenti del Maxxi in suo onore

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Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta a essere coraggiosi. (Aldo Moro)

Aldo Moro è passato alla storia come l’uomo del compromesso storico, colui che meglio interpretò, negli anni Settanta, la stagione di cambiamento allora in atto.

Moro è stato il dirigente politico che più di tutti ha lavorato sulla strategia della DC: prima l’intesa con i socialisti, negli anni Sessanta, poi la collaborazione con i comunisti.

In particolare, lavorò alla collaborazione con il PCI di Berlinguer, al progetto della “solidarietà nazionale”.

Poi arrivò la sciagurata mattina del 16 marzo 1978, il punto più alto dell’attacco terroristico sferrato al cuore dello Stato: il rapimento e l’uccisione dei cinque agenti di scorta, i 55 giorni di prigionia, i comunicati delle BR e le lettere dello statista rapito, l’Italia divisa tra chi sosteneva la linea della fermezza e chi era invece per la trattativa.

E infine il corpo senza vita di Aldo Moro nel bagagliaio di una Reanault 4 rossa, a via Caetani, a pochi metri dalla sede comunista di Botteghe Oscure e da quella democristiana di piazza del Gesù: un’immagine che scuoterà profondamente la coscienza degli italiani e che dividerà in due la storia della prima Repubblica.

Roma, la toponomastica di una città

Da via Fani a Via Caetani. Passando per via Montalcini. Senza trascurare via Gradoli. Con una puntata ‘fuori porta’, tra Palidoro e Palo Laziale, sul litorale.

I misteri del caso Moro si riflettono plasticamente sulla toponomastica di Roma che tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978 era presidiata dalle forze dell’ordine, con posti di blocco ovunque. Ma nessun controllo si rivelò utile e le vie della Capitale si trasformarono in un labirinto senza uscita.

Via Fani

Fu qui che inizia tutto, in via Fani, all’angolo con via Stresa, la mattina del 16 marzo, intorno alle 9.

Quartiere Camilluccia, quadrante nord della città. Un commando di terroristi  apre il fuoco sulla scorta del presidente della Dc, Aldo Moro (partito dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79 per andare alla Camera a votare la fiducia al quarto governo Andreotti), uccidendo i cinque agenti: Oreste Leonardi e Domenico Ricci a bordo della Fiat 130 di Moro; Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi sull’altra vettura.

Moro viene prelevato e sistemato a bordo di una Fiat 132 blu che riparte a tutta velocità verso via Trionfale, preceduta e seguita da altre due auto dei componenti del commando.

Secondo le ricostruzioni fornite successivamente dai brigatisti, le tre auto vengono abbandonate tutte insieme nella vicina via Licinio Calvo.

Via Montalcini

Quartiere Portuense. Al numero 8, interno 1, di questa via della Magliana, secondo quanto emerso dai processi, sarebbe stato tenuto sotto sequestro per 55 giorni il presidente della Dc. La ‘prigione del popolo’ è in un territorio all’epoca capillarmente controllato dalla banda della Magliana che, a sua volta, ha legami solidi con apparati dello Stato deviati.

Alcuni esponenti del gruppo criminale – da Danilo Abbruciati ad Antonio Mancini – abitano a pochi passi dal numero 8 di via Montalcini.

L’appartamento è intestato alla brigatista Anna Laura Braghetti, la cosiddetta ‘vivandiera’. Dentro ci sono anche Prospero Gallinari e Germano Maccari. Per gli ‘interrogatori’ arriva Mario Moretti, che parte da un altro luogo simbolo: via Gradoli 96.

Tanti i dubbi sul covo: c’è chi ipotizza che lo statista sia stato prigioniero in altre zone. Addirittura sul litorale, in una zona più appartata e tranquilla rispetto a Roma, tra Focene e Palidoro, come indicherebbero i sedimenti trovati sugli indumenti del politico.

Via Gradoli

In questa traversa della Cassia, zona Nord, in una palazzina al numero 96, c’è Mario Moretti, sotto l’alias ‘ingegner Borghi’, con la compagna Barbara Balzerani.

La Polizia, in occasione dei controlli fatti due giorni dopo la strage di via Fani, va in via Gradoli, come in altre strade del quartiere, ma non in quell’appartamento.

Il ‘covo di Stato’ (nella definizione di Sergio Flamigni) viene scoperto solo il 18 aprile 1978, in seguito a una perdita d’acqua segnalata dall’inquilina del piano di sotto.

Si apprenderà poi che nella palazzina ci sono ben 24 case di società immobiliari intestate a fiduciari del Sisde.

Altra stranezza: nel settembre del ’79 il funzionario del Viminale Vincenzo Parisi compra un appartamento al numero 75, stesso stabile dove Moretti, prima e durante il sequestro, disponeva di un box auto.

Tra l’81 e l’85 Parisi – nel frattempo diventato vicedirettore e poi direttore del Sisde – prosegue con gli acquisti al numero 75 ed anche al 96. Parisi diventa poi capo della polizia.

Via Caetani

Il sequestro si chiude con l’ultimo atto, questa volta al centro di Roma: in via Caetani – dietro Botteghe Oscure, sede del Pci e poco distante da piazza del Gesù, sede della Dc – dove la mattina del 9 maggio viene fatta trovare una Renault 4 amaranto con il cadavere del politico nel portabagagli.

Tanti i dubbi sollevati da chi ritiene improbabile che i brigatisti quella mattina abbiano attraversato tutta la città per arrivare da via Montalcini al centro storico, con quell’ingombrante carico.

C’è chi ipotizza che il prigioniero si trovava in realtà in un covo nei dintorni di via Caetani. L’informato Mino Pecorelli scrive il 17 ottobre 1978: “Il ministro di Polizia (Cossiga, ndr.) sapeva tutto, sapeva persino dove era tenuto prigioniero: dalle parti del ghetto”.

Qui la telefonata tra il brigatista Valerio Morucci, poi dissociatosi dalla lotta armata, e il professor Franco Tritto amico della famiglia Moro, con la quale le Brigate Rosse annunciano l’avvenuta esecuzione dello statista e il luogo in cui si trova il cadavere:

Altra suggestione: via Caetani costeggia due palazzi storici, Palazzo Caetani e Palazzo Antici Mattei. In quest’ultimo il Sismi fa degli accertamenti dopo via Fani identificando il direttore d’orchestra russo, naturalizzato italiano, Igor Markevitch e la moglie, Topazia Caetani. Markevitch venne poi indicato come possibile intermediario nella trattativa per liberare Moro e, da alcuni, addirittura come colui che condusse gli interrogatori sul politico.

Successivamente, il Sisde installerà un ufficio nella piccola via alle porte del ghetto. L’ennesimo enigma di una storia ancora oscura, come una strada non illuminata.

Gli appuntamenti al Maxxi di Roma

Moro è stato un uomo di potere, ha conosciuto il potere in tutti i suoi aspetti, anche il più crudo e il più oscuro. Nessuno come lui sapeva cosa si muove nel fondale occulto della politica e della società italiana (Marco Damilano, “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia”).

A 40 anni da quel terribile 16 marzo 1978, Roma ricorda Aldo Moro con una vasta gamma di eventi.

Al Maxxi va in scena la mostra “55 giorni di Aldo Moro”.

Al centro del progetto, l’opera 3,24 mq di Francesco Arena che riproduce in dimensioni reali l’angusto spazio nel quale Moro fu tenuto prigioniero per 55 giorni e che sarà esposta dal 16 marzo al 9 maggio (date del rapimento e del ritrovamento del corpo) nel cuore del museo, nella Galleria 1 che ospita la collezione permanente.

L’opera dialogherà con Il Processo di Rossella Biscotti, dove le trasformazioni dell’Accademia della Scherma di Luigi Moretti al Foro Italico, divenuta Aula Bunker negli anni Settanta e sede di processi storici tra cui quello Moro, diventano spunto di riflessione sui nodi irrisolti della nostra storia collettiva; ma anche con J&B e Varietà di Flavio Favelli.

In J&B, l’artista ridisegna un frammento del quotidiano La Repubblica del 16 marzo 1978, dove il titolo scioccante sul rapimento Moro contrasta con la freddezza della pubblicità di una marca di whisky.

In Varietà, Favelli presenta 3 francobolli originali emessi per il 25° anniversario della morte di Moro: per un errore di produzione, le immagini risultano sfocate, simbolo di una storia tragicamente sbagliata e ingiusta.

Insieme alla mostra il Maxxi sarà teatro anche di altri eventi:

  • 11 aprile, alle 18.30, Marco Damilano presenterà il libro “Un atomo di verità”,
  • 3 maggio, alle 19.30, presentazione del documentario di Giuseppe Bianchi “L’immagine di Moro”,
  • 11 maggio, spazio al reading teatrale per la regia di Luca Archibugi, “Labirinto Moro”.

Nel corso dei 55 giorni, sarà proiettato il documentario di Ezio Mauro, “Il condannato – cronaca di un sequestro”, per la regia di Simona Ercolani e Cristian di Mattia che racconta della prigionia con immagini e testimonianze inedite.

Il film andrà in onda in anteprima la sera del 16 marzo alle 21.15 su Rai Tre.

 

Per conoscere nel dettaglio gli eventi del Maxxi, si rimanda al sito: www.maxxi.art

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