Cresce il mercato dei vini frizzanti e del lambrusco

Print Friendly, PDF & Email

Roma. Crescono e piacciono, soprattutto nei mercati esteri, i vini frizzanti d’Italia, trainati dal re Lambrusco. Con l’Emilia Romagna regione leader per la produzione seguita da Veneto, Piemonte e Lombardia.


Parliamo di produzioni di serie A, soprattutto agli occhi degli enoappassionati nei quattro angoli del pianeta. E di vini versatili. Sia bianchi che rossi sono sempre freschi, giovani, profumati, fruttati, poco alcolici, briosi” commenta il presidente dell’Osservatorio economico Ovse-Ceves Giampietro Comolli nello stimare nel 2017 una produzione pari a 410 milioni di bottiglie, di cui 220 milioni all’export, per un fatturato totale alla produzione di 790 milioni di euro.

Rappresentano – precisa Ovse-Ceves – l’8% del valore e il 14% dei volumi esportati. Cresce peraltro il valore medio alla dogana a 3,09 euro alla bottiglia. E sono vendite perlopiù legate a produzioni di qualità certificata: l’86% del valore esportato è dato da Dop e Igp. La Germania è il primo importatore, seguita da Usa e Russia”. 

Differiscono dagli spumanti solo per una pressione atmosferica più bassa, massimo 2,5 atm. Questi vini hanno origine dai vitigni autoctoni italiani e sono perciò portabandiera della biodiversità varietale del Vigneto Italia.

L’Emilia Romagna, il Veneto, il Piemonte e la Lombardia, precisa ancora Comolli, ”sono le regioni più antiche nella produzione, più produttive e anche quelle dove si consumano di più. Era il vino fatto in casa sia dai viticoltori che dai consumatori che imbottigliavano a inizio primavera il vino acquistato in damigiane. Una tradizione e un consumo che segue il percorso del fiume Po, segue l’arte culinaria delle paste ripiene, delle torte salate, dei salumi freschi, dei formaggi a grana dura, delle torte fritte. E quindi ideali sulla tavola e nei picnic di Pasqua e Pasquetta. Sono vini di cultura territoriale. Così il Lambrusco in tutte le versioni e la Glera (oggi, una volta il Prosecco), Garganega e Verduzzo, Moscatello e Malvasia, Gutturnio e Fortana, Brachetto e Sangiovese, Trebbiano e Ortrugo, Bonarda e Cortese tanto per citare i più antichi. Ma oggi anche il Riesling, Montepulciano, Controguerra, Erice, Salento, Vermentino in nuove aree produttive”.

I frizzanti bianchi secchi aromatici sono ideali, i più usati, dai barman per gli Spritz e altri aperitivi. E il ritorno in auge è legato anche al successo crescente del bere miscelato.

Una bottiglia di vino frizzante italiano di ottima qualità oggi è sullo scaffale del supermarket, che rappresenta il primo canale di vendita per questa tipologia di vini, a prezzi variabili da 4 a 25 euro; segno di un rapporto identità/valore differenziato in base a denominazione, tipologia, uvaggio , caratteristiche.

Per questo – conclude Comolli – ci vorrebbe una norma nazionale che leghi quasi tutti i vini frizzanti al nome di vitigno e una indicazione geografica, chiaramente separata dai vini spumanti e da altre Dop”.

Fonte: ANSA

Potrebbe interessarti:

 Vini d’Italia: tra qualità e storia
Print Friendly, PDF & Email

copyright Riproduzione riservata.

Vai alla barra degli strumenti