Quarant’anni fa la morte di Aldo Moro

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Sono passati quarant’anni dall’uccisione di Aldo Moro, giorno in cui l’intero Stato Italiano si è arreso al terrorismo delle Brigate Rosse.

Era il 9 maggio del 1978 e dopo 55 giorni dal rapimento, il leader della DC viene ritrovato adagiato nel bagagliaio della R4 rossa usata dai brigatisti per l’ultimo viaggio del presidente.

La macchina era parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra Piazza del Gesù, dove si trovava la sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, dov’era il quartier generale del Pci: i due partiti del compromesso storico che le Br avevano deciso di combattere imbracciando il mitra.

Moro aveva il vestito grigio a righe e la cravatta che indossava il giorno del suo rapimento in via Fani, dove i cinque uomini della sua scorta morirono crivellati dai colpi delle mitragliette Skorpion.

Tante le omissioni e gli errori che contrassegnarono le indagini durante quei 55 giorni. Da via Fani a Via Caetani, passando per via Montalcini, senza trascurare via Gradoli, i misteri del caso Moro si riflettono plasticamente sulla toponomastica di Roma che tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978 era presidiata dalle forze dell’ordine, con posti di blocco ovunque.

Ma nessun controllo si rivelò utile e le vie della Capitale si trasformarono in un labirinto senza uscita.

Tra le negligenze relative al caso restano quelle sul covo: c’è chi ipotizza che lo statista sia stato prigioniero in via Montalcini, dove abitavano esponenti del gruppo criminale, Danilo Abbruciati e Antonio Mancin, o che si trovasse sul litorale, in una zona più appartata e tranquilla rispetto a Roma, tra Focene e Palidoro, come indicherebbero i sedimenti rinvenuti sugli indumenti del politico.

In quei 55 giorni nella capitale era stata fermata un’automobile ogni dieci, e una persona ogni venti era stata controllata, senza mai arrivare a nulla.

Alle 12.30 di quella mattina del 9 maggio 1978, il telefono squillò a casa del professor Francesco Tritto, un assistente universitario di Aldo Moro.

Pronto, chi parla?”. “Sono il dottor Nicolai” rispose una voce giovane. Ma a chiamare era il brigatista rosso Valerio Morucci, 29 anni, uno dei cervelli dell’operazione: “Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c’è una R4 rossa. I primi numeri di targa sono N5”.

Moro era infatti stato ucciso poche ore prima, colpito nel petto dai proiettili sparati dagli assassini.

Da tre giorni il Paese intero aspettava quel tragico epilogo: il lugubre comunicato numero nove diffuso dalle Br il 6 maggio aveva annunciato seccamente l’imminente morte del presidente della Dc: “Concludiamo la battaglia, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato”.

Condannato dal suo stesso partito. In quegli ultimi giorni, il Vaticano aveva segretamente raccolto una grande cifra per pagare un eventuale riscatto, mentre il presidente della Repubblica Giovanni Leone aveva sul tavolo le carte per concedere la grazia a un terrorista che non si era macchiato di crimini di sangue.

Ma il governo presieduto da Giulio Andreotti e sostenuto dal Pci non voleva cedere ai terroristi. E così la sentenza fu eseguita.

‘Il mio sangue ricadrà su di voi’. Fu un appunto di Moro trovato nelle sue lettere dal carcere e indirizzate a diverse persone, alla moglie Noretta, a Cossiga, a Zaccagnini e al Papa. Lettere, in cui Moro chiedeva di trattare con i suoi sequestratori. Ma nulla, e dunque durissima, fu la risposta dei suoi colleghi di partito.

Fu per questo che la famiglia rifiutò i funerali di Stato e decise di seppellire Moro nel cimitero di Torrita Tiberina.

Lo Stato volle comunque una cerimonia solenne, che fu celebrata da Paolo VI a san Giovanni, di fronte a una bara vuota.

Questa è la morte di Aldo Moro 40 anni dopo: una tragedia che si è trasformata in un enigma che nessuno è riuscito ancora a sciogliere.

 

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