È morto Tom Wolfe, tra i papà del New Journalism

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Roma. Si è spento ieri all’età di 87 anni lo scrittore e giornalista statunitense Tom Wolfe. Diventato famoso grazie al romanzo “Il falò delle vanità”, inventore del New Journalism, fu anche uno dei padri della letteratura NonFiction.


Ecco dieci curiosità su questa grande personalità, tra le più innovatrici del panorama culturale “a stelle e strisce”:

  • Wolfe è stato uno dei principali esponenti e promotori del cosiddetto “New Journalism”, insieme a Truman Capote e Guy Talese. Un’etichetta che descrive tendenza ad utilizzare espedienti narrativi nella scrittura giornalistica. Durante le sue numerose collaborazioni, dal Washington Post all’Esquire, Wolfe ha pubblicato articoli molto lunghi che fondevano caratterizzati da uno stile brillante e letterario, ricco di aneddoti e particolari.
  • All’interno de “Il falò delle vanità”, mette l’accento anche su quanto siano importanti i vestiti per raccontare il carattere e il passato di una persona. Wolfe amava l’eleganza e indossare completi bianchissimi, con scarpe scure e uno stile sempre impeccabile. Un modi di vestire così riconoscibile, un po’ dandy, da essere inserito all’interno di una lista di 50 autori iconici raccolti dal giornalista Terry Newman nel suo libro “Legendary Authors and the Clothes They Wore”.
  • Come ricorda il Guardian, Wolfe ricevette da sua madre, Louise, l’incoraggiamento decisivo per dedicarsi alla scrittura. E già allora mostrava una certa ambizione visto che, a nove anni, si cimentò con le biografie di Napoleone e Mozart.
  • All’Università, in Virginia, fondò la sua prima rivista letteraria, Shenandoah, e fu anche un giocatore di baseball di discreto livello. Volle mettere su un po’ di peso e muscoli per diventare un lanciatore ancora più forte ma divenne talmente lento che smise di giocare.
  • Più tardi, mentre lavorava per lo Springfield Union Massachussets, fu mandato a coprire un concerto all’aperto di musica classica nelle montagne del Berkshire: scrisse un lungo pezzo sul modo in cui la gente si sedeva sull’erba ad ascoltarla.
  • Per sei mesi nel 1960 è stato corrispondente dell’America Latina del Washington Post ricevendo diversi premi e riconoscimenti per i suo reportage da Cuba.
  • Nel 1970, in un articolo uscito sul New York Magazine, ha inventato un’espressione molto usata oggi, Radical Chic, dove identificava quegli individui che promuovevano idee politiche di estrema sinistra pur perseguendo uno stile di vita agiato e benestante. Persone che avevano come obiettivo quello di trarre vantaggio personale attraverso ideologie e manifesti.
  • A 85 anni ha pubblicato un libro, “The Kingdom of Speech”, dove attaccava pesantemente due mostri sacri come Chomsky e Darwin. Al suo interno, ad esempio, descrive in maniera provocatoria il Big Bang “come una storiella ridicola priva di fondamento scientifico, una sorta di storia della buonanotte che l’uomo si racconta per dare un senso alla propria esistenza”.
  • Aveva una scrittura non convenzionale che Marco Belpoliti, su La Stampa, descrive così: “I suoi scritti sono fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee. Lo stile più le idee”. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato (quanto gli deve Arbasino? Molto, credo). Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso”.
  • Sull’elezione e il successo di Trump aveva le idee molto chiare: “Non siamo abituati a uno che porta nel dibattito politico cose come la dimensione del pene. Ha fatto affermazioni scandalose sugli immigrati messicani illegali e su chi crede nell’Islam, e lì ti dici: Oddio, è spacciato. E invece no, perché ci sono tantissime persone stufe del politicamente corretto”.

Fonte: AGI

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