Tutti pazzi per Virginia Woolf: in Italia presto in arrivo anche un festival in suo onore

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La vita non è una serie di lampioni piantati in forma simmetrica, è un alone luminoso semitrasparente che avvolge la nostra coscienza dall’inizio alla fine. (“Il lettore comune”, 1919)


Virginia Woolf è molto di più di una scrittrice inglese, autrice di capolavori, quali “Gita al faro” e “Mrs Dalloway”: è una delle figure più amate del Novecento, ispiratrice di movimenti femministi e musa culturale.


La Woolf era una donna raffinata, figlia del grande intellettuale Leslie Stephen e moglie di un altro grande pensatore, Leonard Woolf.

Nata come Joyce nel 1882 e, come lui, morta suicida nel 1942. (Perturbante parallelismo, questo che lega i due grandi modernisti, che peraltro non si apprezzavano reciprocamente).

Assieme al marito diede vita al celebre Bloomsbury Group, un gruppo di intellettuali che si riuniva nella loro abitazione, presso il British Museum.

La sua vita fu un manifesto complesso e tridimensionale, spesso anche contraddittorio, che si divideva fra la sperimentazione letteraria, l’impegno civile e l’infusione, nei suoi scritti, degli alti e bassi della sua vita.

Nell’ambito della narrativa moderna, le sue sperimentazioni erano iniziate nel 1918 con la pubblicazione di racconti importanti, quali “Kew Gardens” e “Il segno sul muro”, e ancor più con il romanzo “La stanza di Jacob”, del 1922. Qui, il protagonista si definisce non attraverso le azioni e le caratteristiche fisiche, ma tramite le impressioni e le sensazioni che di lui avevano gli altri personaggi. Tentativo, questo, di rappresentare la vita come un fluire di attimi e di prospettive sul passato e il futuro.

Il primo dei grandi romanzi della Woolf è “Mrs. Dalloway”, cui la scrittrice lavorò dal 1922 al 1924. La trama consiste nella registrazione di una giornata della protagonista, attraente moglie di mezza età di un importante membro del Parlamento, “spiata” nella sua routine quotidiana, da una passeggiata a comprare i fiori fino agli incontri con personaggi del passato: momenti che scatenano un vortice di flussi di coscienza.

“Gita al faro”, pubblicato nel 1927, è ritenuto dalla critica il suo più importante romanzo. Quello più autobiografico e perciò più intimamente sofferto. Il protagonista è qui un uomo, tale Mr Ramsey, intellettuale e professore di filosofia, letto come trasparente “maschera” del padre di Virginia, mente autarchica e imponente della famiglia.

Da sempre impegnata per la parità dei generi, la Woolf ancora oggi, a distanza di più di cent’anni dalla nascita, rappresenta un modello di donna contemporanea.

Influenzata dalle Suffragette inglesi, nei suoi saggi “Il lettore comune”, “Una stanza tutta per sé” e “Le tre ghinee”, Virginia concentrò tutte le sue idee pacifiste e femministe; idee che hanno subito per decenni l’ondata maschilista del fascismo, riuscendo però a sopravvivere e a diventare esempio di resistenza non violenta. Scriveva infatti: Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta. (“Una stanza tutta per sé”).

La libreria a Monza

Il nome della Woolf, non conosce confine. Lei, scrittrice femminista, che ha aperto la strada  all’indipendenza intellettuale femminile.

Oggi, da noi in Italia, c’è persino una libreria in suo onore:la “Virginia e Co”, con sede a Monza. Si tratta di una libreria innovativa con un intero reparto di saggi a lei dedicati dove, ogni mese, vengono organizzati eventi letterari, incontri con autori e laboratori.

Sua fondatrice è Raffaella Musicò, a cui si devono anche il festival “Il faro in una stanza” e il grande weekend dedicato lo scorso anno a Jane Austen, in occasione dei 200 anni dalla morte della scrittrice. 

Quest’anno il festival, organizzato in collaborazione con la Italian Virginia Woolf Society, aprirà proprio al circolo di Bloomsbury e agli amici che hanno contribuito a fare di Virginia la grande scrittrice e pensatrice che conosciamo oggi. E si svolgerà dal 23 al 25 novembre.

Il festival e la figura di Nino Strachey

Il Gruppo di Bloomsbury prende il nome dal quartiere centrale di Londra in cui si trovano il British Museum e vari istituti universitari. Qui, al n. 46 di Gordon Square, si trovava la casa dei fratelli Stephen (Vanessa, Virginia, Adrian e Thoby), dove tra il 1907 e il 1930 si riuniva ogni giovedì un gruppo di intellettuali. Tra loro, vi presero parte gli scrittori E.M. Forster, Lytton Strachey e Leonard Woolf, i critici d’arte Roger Fry e Clive Bell, il pittore Duncan Grant, l’economista J.M. Keynes, il giornalista Desmond MacCarthy e tanti altri qualificati esponenti della vita culturale del tempo.

Nell’edizione 2018 del Festival monzese “Il faro in una stanza”, ospite d’eccezione sarà la ricercatrice Nino Strachey, autrice del libro “Stanze tutte per sé” (edito in Italia da L’Ippocampo) e direttrice del Consiglio per la ricerca del National Trust. (Nino Stratchey è anche la discendente diretta della famiglia di Lytton Strachey, tra i fonatori del gruppo di Bloomsbury, biografo e amico di Virginia).

Come nelle pagine del suo volume, la Strachey ci guida così nella “Stanza della Torre Azzurra” del castello di Knole, dove un vecchio baule di alluminio custodiva testimonianze intime di vite vissute nel cuore della Bloomsbury letteraria degli anni Venti. Un mondo fatto di estro, dandysmo e ricercata raffinatezza, che vide tra i suoi protagonisti Eddy Sackville-West, Virginia Woolf e Vita Sackville-West, poetessa, scrittrice, straordinaria giardiniera e intima amica di Virginia Woolf nonché ispiratrice del primo romanzo “Orlando”. 

 

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