Alla Biennale di Venezia in mostra l’urgenza del quotidiano

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La Biennale di Venezia, pronta per il via, mette in mostra le criticità del quotidiano: presenti 79 artisti e 90 padiglioni, con uno speciale sull’arte di Rugoff che sfida la ‘complessità’


Una mostra come una partitura musicale incisa su un disco, con un lato A ai Giardini della Biennale, il lato B all’Arsenale, scritta dalle opere – quadri, installazioni, sculture, video e suoni – di 79 artisti (in maggioranza donne), invitati dal curatore Ralph Rugoff per dare testimonianza della complessità del loro agire.
Una mostra tessuta con un filo comune, ma che da’ voce alle diverse declinazioni dell’urgenza del quotidiano. Il segno di un’epoca non facile, dove gli artisti sentono la necessità quasi fisica di confrontarsi con questioni ‘complesse’ – dalla sessualità all’integrazione razziale – una realtà governato dai social, più che dal contatto umano. Tutto questo è racchiuso in “May you live in interesting times“, titolo della 58/A esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia, che oggi apre con la vernice per la stampa.

Rugoff ha preso il titolo in prestito da un falso anatema cinese, spesso usato dagli anni ’30 in poi da politici in Occidente. L’indicazione dei tempi “complessi” emerge dalle opere messe in campo dagli artisti invitati. Se Lara Favaretto – che assieme a Ludovica Carlotta rappresenta la ricerca artistica italiana – avvolge l’esterno del Padiglione Centrale con un denso fumo, lo statunitense George Condo – uno dei grandi vecchi in una mostra fatti di molti giovani presenti per la prima volta – realizza un gigantesco dipinto intitolato “Facebook”. Un modo “per esorcizzare le menzogne“, considerando i social responsabili di una “ascesa politica artificiale-realistica“.

Come d’abitudine, viste anche le caratteristiche fisiche dei luoghi, il Padiglione ai Giardini appare di più semplice lettura nello scorrere delle opere, mentre l’Arsenale è lo spazio delle installazioni, anche con richiami volutamente kitch in certi lavori. Protagonisti, qua e là, in gran parte gli stessi artisti. Per gli appassionati di pittura – ma attenzione, anche nel dipinto più semplice si cela un messaggio che guarda all’oggi – ci sono i lavori di Jill Mulleady, con apparenti scene di vita quotidiana, oppure Otobong Nkanga, Ulrike Muller, Michael Armitage.

Tra le installazioni, la sagoma della mucca che si muove su un binario, del cinese Nabuqi, il cancello in ferro che sbatte da una parte e l’altra e sbriciola un muro, il muro di mattoni di cemento armato, scenario di un eccidio a Cindad Juarez, della messicana Teresa Margolles, la pala meccanica che spazzola e raccoglie su un pavimento un liquido rosso che pare sangue, dei cinesi Yuan Sun e Yu Peng.

Spazio anche per i video ad alta tecnologia, che rimandano alla futura realtà – per il canadese Jon Rafman un viaggio nell’alienazione umana -, per le sculture – potenti quelle del Leone d’oro alla carriere Jimmie Durham, o del lituano Augustus Serapinas – per le installazioni sonore o i film. Insomma, come dice il presidente della Biennale, Paolo Baratta, sono finiti i tempi degli artisti che guardano a questo o quel movimento, adesso “pescano a piene mani nel canestro dell’arte contemporanea” per fare ora questo, ora quello, con i sensori però ben puntati sull’oggi.
A ricordarlo c’è così, all’Arsenale, il grande barcone azzurro del naufragio del 2015 in cui morirono 700 migranti, nel Mediterraneo, portato dall’artista svizzero Christoph Büchel.

Fonte Ansa

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