Night fever, a Prato in mostra la controcultura delle discoteche

Print Friendly, PDF & Email

A Prato avanguardia e controcultura dei club notturni più famosi nella mostra Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today, dal 7 giugno al 6 ottobre 2019.


Studio 54, la leggendaria discoteca creata a New York alla fine degli anni Settanta, evoca musica a tutto volume, luci, effetti speciali, nuove mode, vip, alcol e non solo. Non è stato l’unico locale a fare epoca per il cosiddetto popolo della notte e la disco music che nel 1977 ha trovato nel film Saturday night fever e nella celebre colonna sonora il suo manifesto. Nella Grande Mela hanno occupato la scena The Electric Circus, il Paradise Garage, The Saint, Area e Palladium; a Parigi Le Palace e Le Bain Douches; a Berlino il Tresor e Berghain; a Beirut il B018; a Manchester The Hacienda; in Italia lo Space Electronic a Firenze e il Grifoncino a Bolzano.

Templi dei nuovi stili musicali, sì, ma laboratori creativi per il design, la moda, le tendenze artistiche e culturali all’avanguardia. A questo mondo molto speciale il Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dedica la mostra Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today, dal 7 giugno al 6 ottobre. Prodotta da Vitra Design Museum e Adam – Design Museum di Bruxelles con la cura affidata alla supervisione di Jochen Eisenbrand, ha nella città toscana l’unico appuntamento italiano. I locali notturni e le discoteche, spiegano i curatori, “sono stati epicentri di cultura contemporanea. Nel corso del ventesimo secolo hanno messo in discussione i codici del divertimento e hanno permesso di sperimentare stili di vita alternativi”.

La mostra racconta la storia del clubbing. Film, fotografie d’epoca, manifesti, abiti e opere d’arte, e una serie di installazioni luminose e sonore accompagneranno il visitatore nel mondo del glamour e delle sottoculture a partire dalle discoteche degli anni Sessanta, che per la prima volta trasformano il ballo in un rito collettivo. Tra i luoghi della subcultura newyorchese nel 1967 l’Electric Circus, progettato dall’architetto Charles Forberg, influenzò anche i club europei, tra cui lo Space Electronic a Firenze concepito dal collettivo Gruppo 9999, une delle discoteche nate dalla collaborazione con i protagonisti dell’Architettura Radicale italiana. Nel 1966 a Torino aprì il Piper, spazio multifunzionale concepito da Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, che con i suoi mobili modulari ospitava anche concerti, happening e teatro sperimentale. Il Bamba Issa (1969), discoteca toscana sulla spiaggia di Forte dei Marmi ideata dal Gruppo UFO, era un teatro dell’arte, con tutto l’interior a fare da palcoscenico. Gli anni Settanta e l’ avvento della disco music hanno segnato la svolta.

La pista da ballo diventa scenario per performance individuali e collettive di moda e arte. Lo Studio 54, aperto a New York da Ian Schrager e Steve Rubell nel 1977 (sulla cresta dell’ onda fino al 1980, chiuse nel 1986) e con gli arredi firmati dall’architetto Scott Romley e dal designer d’interni Ron Doud, divenne un luogo d’incontro molto amato dagli idoli del culto delle celebrità. L’obiettivo del locale era offrire ogni sera “la festa più grande del mondo” e stupire i frequentatori spingendo sull’acceleratore degli eccessi. I promotori della mostra ricordano però che “l’anima della disco music non è mainstream: nata in club e bar frequentati dalla comunità gay e afro ma anche latina, marginalizzate dalla maggioranza bianca e eterosessuale, si sviluppò in modo assolutamente politicizzato e con una forte connotazione sociale come un fenomeno underground, poi traghettato attraverso locali come il Paradise Garage, gay club che per primo rompe le regole della discriminazione razziale verso la cultura di massa. Non a caso, i contro-movimenti come il Disco Demolition Night di Chicago (1979), diedero voce a tendenze reazionarie, in parte caratterizzate da omofobia e razzismo”. Altri locali, come il Mudd Club (1978) o l’Area (1978) di New York, fondendo vita notturna e arte, offrivano nuove opportunità ai giovani artisti emergenti: fu in questo scenario che ebbero inizio le carriere di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.

Negli anni ’80 nei club londinesi come Blitz e Taboo con i New Romantics nacquero un nuovo stile musica e una nuova moda. Tra i clienti più affezionati, la stilista Vivienne Westwood. A Manchester l’architetto e designer Ben Kelly progettò una cattedrale del rave postindustriale, Haçienda 1982). Da qui l’acid house, un sottogenere della musica house, partì alla conquista della Gran Bretagna. House e techno, nate nei club di Chicago e Detroit, possono essere indicati come gli ultimi due grandi movimenti della dance music, che hanno caratterizzato un’intera generazione di club e raver. Fu così anche per la Berlino dei primi anni Novanta, dove discoteche come Tresor diedero nuova vita a spazi abbandonati e deteriorati, scoperti dopo la caduta del muro.

Fonte: Ansa

Potrebbe interessarti:

L’ESTATE PIÙ COOL È A NEW YORK CITY
Print Friendly, PDF & Email

copyright Riproduzione riservata.

Vai alla barra degli strumenti