Tassa di soggiorno in Italia: 600 milioni di entrate, ma Federalberghi attacca Airbnb

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Colosseo

Italia: tassa di soggiorno in 997 comuni, con un’entrata pari a 600 milioni nel 2019. In testa alla classifica degli incassi Roma, Milano, Venezia e Firenze. Ma Federalberghi protesta: Airbnb la riscuote in soli 18 comuni.


“Sono 1.020 i comuni italiani che applicano l’imposta di soggiorno (997) o la tassa di sbarco (23) con un gettito complessivo che nel 2019 si avvia a doppiare la boa dei 600 milioni. Tali comuni, pur costituendo “appena” il 13% dei 7.915 totali, ospitano il 75% dei pernottamenti registrati ogni anno in Italia”. Lo dice il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alla 69/a assemblea generale della federazione, che si è aperta ieri a Capri e ha visto oggi anche la presenza del ministro Gian Marco Centinaio.

I 1.020 municipi si distribuiscono per il 26% nel nord-ovest, il 41,2% nel nord-est, il 15,5% nel centro e il 17,3% nel mezzogiorno. Il 31,6% delle località che applicano l’imposta di soggiorno (315 su 997) sono montane. Seguono quelle marine, con il 19,7% (196), quelle collinari con il 16,1% (161). Le città d’arte sono “solo” 104, ma comprendono le cosiddette capitali del turismo italiano, che muovono grandi numeri. Le destinazioni lacuali sono 96 e quelle termali 40.

La città con il maggior gettito da tassa di soggiorno è stata Roma, con un incasso pari a 130 milioni, il 27,7% del totale. L’incasso delle prime quattro (Roma, Milano, Venezia e Firenze) è superiore a 240 milioni, oltre il 58% del totale nazionale. Il peso delle grandi città si fa sentire anche sulla classifica regionale, guidata dal Lazio con quasi 135 milioni di euro. Seguono il Veneto con 63,7, la Lombardia con 59,5 e la Toscana con 57,4. In queste quattro regioni viene raccolto il 67,1% del gettito complessivo. In graduatoria non appaiono il Friuli Venezia Giulia (perché in questa regione l’imposta è stata introdotta nel 2018) e il Molise (l’imposta era stata istituita dal comune di Termoli, ma poi è stata soppressa in seguito ad una sentenza del Tar).

Il Governo non ha mai adottato il regolamento quadro che avrebbe dovuto fissare (entro il 6 giugno 2011) i principi generali per l’imposta di soggiorno. In assenza di una regola, i comuni si sono mossi in ordine sparso, generando un quadro confuso: una famiglia di tre persone (padre, madre e figlio undicenne) che soggiorna in un albergo a tre stelle per due giorni, a Roma paga 24 euro per imposta di soggiorno, a Venezia 17,40 euro, a Rimini 12 euro, a Catanzaro 7,80 euro e a Bibione 6,30 euro.

Nel mirino di Bocca finisce soprattutto Airbnb, il colosso degli affitti brevi: “Non è tollerabile il Far West che si registra nel settore delle locazioni brevi. La legge ha stabilito che i portali devono riscuotere l’imposta di soggiorno dovuta dai turisti che prenotano e pagano attraverso le piattaforme, ma Airbnb assolve a tale obbligo solo in 18 comuni su 997. Per di più queste amministrazioni, allettate dalla prospettiva di nuovi introiti, si sono rese disponibili a sottoscrivere un accordo capestro, accettando un sistema di rendicontazione sostanzialmente forfettario, che non consente un controllo analitico e induce a domandarsi se non si configurino gli estremi di un danno erariale”.

Bocca solleva un’altra questione spinosa: dove finiscono i soldi delle tasse di soggiorno? “La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo. Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali“.

“Negli ultimi tempi” conclude Bocca “il quadro si è aggravato per effetto di un apparato sanzionatorio paradossale, che noi chiediamo di modificare, che tratta allo stesso modo chi si appropria indebitamente delle risorse e chi sbaglia i conti per pochi euro. Chi paga con qualche giorno di ritardo e chi non ha mai versato quanto riscosso”.

Fonte: Ansa

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