Allarme overtourism: tra numero chiuso e divieti, ecco come rispondono le città italiane ai troppi turisti

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Sono 1,3 miliardi le persone che nel 2018 hanno fatto le valigie: la metà di queste ha scelto l’Europa; molti di loro, l’Italia. I flussi turistici si concentrano in poche destinazioni: le preferite Roma, Venezia, Milano e Napoli. Che, soffocate dagli arrivi, lanciano l’allarme overtourism. Quali misure stanno adottando per difendersi dalle ondate di visitatori? Quali luoghi d’Italia hanno già scelto il numero chiuso?


Masse di persone schiacciate contro i finestrini degli autobus, strade invase da fiumi di gente che arrancano faticosamente, alla ricerca disperata di un avanzo di ombra. Centri storici che si somigliano tutti: ristoranti turistici dai prezzi esorbitanti con all’ingresso “acchiappini” insistenti, negozietti che vendono souvenir identici, un inesorabile moltiplicarsi di fast-food e grandi catene commerciali. E poi file, file ovunque. Sulla banchina della metropolitana, sui marciapiedi davanti alle fermate dei tram, davanti alle gelaterie, lungo il perimetro dei monumenti “da non perdere”. Può sembrare uno scenario apocalittico, invece è la realtà con cui chi vive nelle città d’arte prese di mira dal turismo mondiale deve confrontarsi ogni giorno.

C‘è un termine inglese nato per definire questo fenomeno: overtourism, ovvero turismo esasperato. Che rischia di portare all’esasperazione i cittadini autoctoni che lo subiscono e pure i visitatori che lo praticano. Visitatori che magari aspettavano quella vacanza da tempo, sperando di rifocillare pancia e spirito nei luoghi più famosi al mondo per il buon cibo e le bellezze artistiche, e che invece sono risucchiati nel caos di città invivibili e fuori controllo.

A confermare che non si tratta di facili allarmismi intervengono i dati: quelli dell’Organizzazione mondiale del turismo, che ha calcolato 1,3 miliardi di viaggiatori nel 2017; a questo ritmo di crescita, si stima che nel 2030 a viaggiare saranno 2 miliardi di persone, quasi un terzo della popolazione mondiale. Un’onda che andrà a impattare contro le mete più gettonate, complicando notevolmente la situazione. L’Europa è la destinazione preferita, scelta dalla metà dei viaggiatori. I prossimi anni registreranno inoltre un’esplosione di turisti provenienti dalla Cina, in aumento costante: se nel 2000 erano circa 10,5 milioni i turisti cinesi che viaggiavano all’estero, nel 2017 sono stati 145 milioni, con un aumento del 1.380%, e l’Istituto di Ricerca Cinese sul Turismo Estero prevede che questa cifra toccherà quota 400 milioni entro il 2030.

Il turismo impazza, complici i voli low cost e la diffusione di alloggi economici su Airbnb. Anche in Italia le destinazioni preferite sono sempre le solite note: Roma, Venezia, Milano e Napoli sono le più visitate nel 2018 secondo i dati Istat. Soltanto la Capitale ha accolto lo scorso anno 29 milioni di turisti.

Come stanno reagendo le città italiane di punta al rischio invasione? Per ora sembrano prevalere le misure autoritarie e i divieti: si tratta di operazioni di “demarketing territoriale”, volte cioè a scoraggiare i turisti dal frequentare determinate città, zone o quartieri. Misure che spesso puntano più ad arginare l’emergenza che a instaurare pratiche virtuose valide sul lungo raggio.

C‘è chi propone una “selezione censitaria” aumentando i prezzi degli alberghi o la tassa di soggiorno, come ha fatto Amsterdam, che ha raddoppiato la tassa turistica, o il Buthan, che ha imposto ai suoi ospiti una spesa minima di 250 dollari: banditi così i turisti low cost, la categoria più temuta, perché poco sembra poter offrire all’economia della città. Chi vuole vietare l’affitto di camere o appartamenti, per evitare il fenomeno, purtroppo sempre più diffuso, di spopolamento dei centri storici, dove i cittadini vengono sfrattati per lasciare il posto ad affittuari passeggeri, molto più redditizi: è l’opzione adottata anche da Valencia. L’ipotesi più seducente resta  comunque il numero chiuso, a lungo ritenuto illegale (come si può vietare l’accesso al suolo pubblico?), e invece adesso sempre più presente nei discorsi e nei programmi futuri dei sindaci delle città sovraffollate. Venezia sarà probabilmente la prima città a sperimentarlo: la città lagunare ha già introdotto da tempo misure restrittive, come i tornelli per arginare gli ingressi, installati  nei punti strategici del ponte di Calatrava e della stazione di Santa Lucia. Per il momento, però, i turisti potranno continuare a godere di Piazza San Marco gratuitamente: l’entrata in vigore della tassa per accedere al centro storico (chiamata spesso impropriamente “tassa di sbarco”), prevista per l’inizio di settembre, è stata rimandata infatti al primo gennaio 2020. Una “forticazione” della città che ha destato non poche proteste, soprattutto perché contraddetta dall’aumento dell’offerta alberghiera.

Sono “salvi” quest’anno anche i visitatori del Passo Sella, sulle Dolomiti (non possiamo dire altrettanto della montagna): se l’anno scorso gli accessi al Passo con auto o moto erano contingentati, per preservare i monti dall’inquinamento acustico, questa estate non ci saranno limitazioni di mobilità; il progetto di installare telecamere per monitorare i flussi dei veicoli, però, sembra preludere a provvedimenti in favore dell’eco-tourism.

Tra le zone più a rischio ci sono le Cinque Terre, dove i provvedimenti sono resi più necessari dai problemi di sicurezza che il “turboturismo” può provocare in un territorio così fragile. Se già nel 2016 si provava a gestire i flussi con i contapersone collocati nei sentieri più suggestivi (come quello tra Monterosso e Vernazza) con l’obiettivo di tracciare gli ingorghi e disperderli indirizzandoli su altri sentieri, il comune di Riomaggiore ha preso quest’anno misure più drastiche: oltre una certa soglia il borgo chiuderà le porte ai turisti. Misure d’altronde già adottate anche fuori Italia, come nell’isola greca di Santorini, che ha imposto un limite di 8.000 sbarchi al giorno per fermare l’ondata dei crocieristi.

A dire basta al turismo eccessivo anche diverse spiagge italiane. Molte hanno scelto l’accesso limitato: in Cilento Baia degli Infreschi di Camerota ha stabilito una sosta di massimo un’ora e un tetto di 67 persone. In Sardegna molte spiagge hanno seguito questa tendenza: Cala Mariolu, nel Golfo di Orosei, ha introdotto il limite di 1.000 persone al giorno e un biglietto di 1 €; a Cala Goloritzé potranno entrare massimo 350 turisti al giorno, con un biglietto di 6 €; Punta Molentis a Villasimius accoglie solo 300 persone al giorno, che dovranno pagare un biglietto di 3 € se a piedi o in bici, 5 € se in moto o 10 € se in macchina; la spiaggia di Cala Biriola è accessibile invece gratuitamente, ma ammette soltanto 300 persone. Nel nord Italia chiude ai turisti anche il Lago di Braies (Bolzano), preso d’assalto dopo aver fatto da sfondo alla celebre fiction tv Un passo dal cielo: fino al 10 settembre lo si potrà raggiungere solo a piedi, in bicicletta o in autobus. Restano ad accesso limitato anche l’Isola di Montecristo e l’isola di Pianosa, in Toscana.

I muri alzati contro i turisti non sono a volte soltanto simbolici, come dimostra quello che si sta costruendo in Salento, nella Grotta della Poesia, amata dai turisti per le sue acque trasparenti e la roccia a picco sul mare da cui i più spericolati si avventurano in tuffi estremi, ancora più pericolosi per il sovraffollamento. In arrivo quindi una recinzione con un accesso unico, per tenere sotto controllo gli ingressi e da chiudere in caso di necessità.

Resta invece sprovvista di soluzioni la regina delle mete turistiche, Roma: l’ordinanza “anti-bivacco” del 2017 per tutelare le fontane storiche non sembra aver dato risultati tangibili, e lo stesso si può dire della proposta di limitare gli ingressi alla Fontana di Trevi, fallita per scarsità di personale addetto alla sorveglianza. Anche l’idea di imporre un biglietto di ingresso al Pantheon è caduta nel dimenticatoio.

Che il troppo turismo stroppi sembra fuori discussione:

L’overtourism aumenta il traffico, inquinamento, rumore, rifiuti. Toglie identità ai luoghi e autenticità ai prodotti locali, mercifica. Aumenta i costi degli affitti e della vita per i residenti. I turisti spesso sono maleducati, adottano comportamenti trasgressivi mai osati nei paesi d’origine

ha commentato a D di Repubblica Maurizio Davolio, presidente di AITR (Associazione italiana turismo responsabile). Per restituire alle città d’arte un barlume di decoro, a Firenze, Venezia e in altre città prese d’assalto si è arrivati a prendere provvedimenti repressivi, dal sapore proibizionistico: divieto di sostare in strada, anche in piedi, a mangiare un panino; divieto di consumare bevande alcoliche fuori dai locali; divieto di sedersi nelle piazze, nei giardini e persino sule soglie. Misure scaccia-turisti sempre più insofferenti.

Ma potremmo davvero permetterci di vivere senza turismo? L’anno scorso i viaggiatori stranieri hanno lasciato in Italia 41,7 miliardi di euro (dati Banca d’Italia e Ciset); l’aumento della ricchezza prodotta dal turismo nel 2018 è pari al +5,7%, cifra impressionante se paragonata all’aumento del PIL nazionale: +0,85%. Difficile pensare di poter fare a meno di questo potente traino dell’economia italiana. Prima di sbarrare le porte delle città, sarebbe quindi opportuno chiedersi se esistono altre soluzioni per trattenere i vantaggi di questa industria, limitando i disagi. Per promuovere un turismo sostenibile e rispettoso dei luoghi.

Come incoraggiare gli arrivi in periodi dell’anno meno “caldi”, o valorizzare le molteplici bellezze d’Italia che rimangono fuori dalla “top 4” delle città d’arte, sempre più provate. Progettando nuovi itinerari, che stupiscano i turisti con località e attrazioni di cui non sospettavano l’esistenza e che, al contempo, facciano defluire gli arrivi in aree poco conosciute.

Allargando i confini, più che innalzando muri.

 

Fonti: Istat, Agi, Ansa, Banca d’Italia, Unwto

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