Roma, va in scena “La Romana Repubblica”, in ricordo di un’utopia

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Roma. Mercoledì 3 luglio, ore 21.00 il Mausoleo Ossario Garibaldino ospiterà lo spettacolo La Romana Repubblica. Quanno er popolo diventò sovrano, che ripercorre l’utopia della Repubblica Romana del 1849 a 170 anni dalla sua nascita. Ingresso gratuito


Per il secondo anno consecutivo il Mausoleo Ossario Garibaldino ospiterà, mercoledì 3 luglio alle ore 21.00, l’evento gratuito dal titolo La Romana Repubblica. Quanno er popolo diventò sovrano, spettacolo teatrale in musica dell’Associazione Culturale Controchiave e promosso da Roma Capitale nell’ambito delle manifestazioni dell’Estate Romana.

Quest’anno lo spettacolo, che già lo scorso anno aveva riscosso un grande successo, si inserisce nell’ambito delle iniziative promosse da Roma Capitale in memoria dei 170 anni della Repubblica Romana del 1849.

La rappresentazione – nata dalla penna di Claudio Romanelli e Guido Rossi su un’idea di Roberto Leone – narra di una città, Roma, che per un attimo ha vissuto l’utopia di scrivere un’altra storia d’Italia, una storia che anticipava di cent’anni la nascita di un paese democratico, laico, basato sulla sovranità popolare. È la Repubblica Romana. Vissuta e difesa per soli cinque mesi, dal febbraio al luglio 1849, da un gruppo di patrioti le cui spoglie riposano oggi all’interno del Mausoleo stesso.

Lo spettacolo ci porta alla sera del 2 luglio di quell’anno. Mentre i francesi entrano da Porta del Popolo, al Campidoglio si vota la costituzione della Repubblica Romana. Siamo in un’osteria, rifugio di popolani, combattenti, rappresentanti di quella élite che sta elaborando la costituzione negli ultimi momenti di vita della Repubblica.

Nelle osterie romane è uso il “duello di parola”. Lo scontro è tra chi rapisce meglio l’uditorio con il racconto, che spesso prende la forma della Storia. Una Storia che in questa occasione si svolge qui ed ora, tra un destino di sconfitta e l’orgoglio di aver fatto qualcosa di importante, unico, inaspettato.

Un tempo sufficiente per far concentrare a Roma e su Roma tutte le speranze di riscatto nazionale, deluse dagli esiti dei moti dell’anno precedente. Quell’esperimento repubblicano fu stroncato dall’esercito francese accorso, insieme agli eserciti austriaco, spagnolo, napoletano, al richiamo del Papa Pio IX, fuggito a Gaeta dopo l’assassinio del suo primo ministro Pellegrino Rossi. Mentre le truppe francesi entrano in città, l’assemblea romana discute e vota la Costituzione, articolo per articolo, per rendere concreta, anche solo per un momento, la propria utopia.

Quel testo, un secolo dopo, sarà la base per l’elaborazione della Costituzione italiana.

In quel periodo gli eventi, le storie, i personaggi, i sentimenti, trovavano nella musica e nelle canzoni il veicolo principale per comunicare (e per tramandare) quel che stava accadendo. Non fu a caso che l’inno degli italiani, e chi ne scrisse le parole, Goffredo Mameli (che riposa proprio al Mausoleo Ossario Garibaldino), nei mesi della Repubblica Romana furono consacrati alla Storia. Per questo in questa narrazione non poteva mancare l’elemento “musicale” che, come nel melodramma, accompagna, sottolinea, interpreta gli eventi, mantenendo e reinventando i colori e i suoni di quella Roma, grazie alle musiche composte ed eseguite dal vivo da Paolo Bevilacqua, Luciano Bevilacqua, Marco De Persio, Gianni Pieri e Massimo Frasca.

Lo spettacolo è figlio di un intenso lavoro di ricerca storica, costantemente giocato sull’equilibrio tra la narrazione e la drammatizzazione degli eventi. L’intervento dei narratori, che non sono esterni ma profondamente coinvolti nelle storie raccontate, e portatori di visioni anche tra loro dissonanti o addirittura conflittuali, consente di lavorare contemporaneamente sul registro epico e su quello drammatico. È un lavoro collettivo all’interno del quale ognuno dei partecipanti – come, ad esempio, Marcella Lai nell’elaborazione dei costumi e Massimo Riccio nella creazione degli elementi scenici – contribuisce non solo alla sua realizzazione ma anche al senso stesso dell’opera.

Fonte: Zètema Progetto Cultura

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