Firenze, restauro a cantiere aperto per la Pietà di Michelangelo

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Al Museo dell’Opera del Duomo intervento sull’opera.


Restauro a cantiere aperto per la Pietà di Michelangelo conservata al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. E’ una delle tre eseguite dal Buonarroti, non finita dal grande artista che ci si volle ritrarre ma che tentò anche di distruggere.

Proprio l’intervento eseguito da Tiberio Calcagni poco dopo la sua realizzazione, per riparare ai danni inflitti dal Buonarroti, è uno dei pochi di cui si fa cenno nella storia di quest’opera che ora sarà affidata alle cure di Paola Rosa. Entro l’estate del 2020 la fine del restauro che sarà rispettoso della visione ormai consolidata di una superficie visibilmente ‘ambrata’ della Pietà.

Scolpita in un enorme blocco di marmo bianco di Carrara tra il 1547 e il 1555 circa, il capolavoro era destinato a un altare di chiesa romana, ai cui piedi l’artista avrebbe voluto essere sepolto: Buonarroti non solo non la finì, ma in un momento di sconforto tentò di distruggerla e alla fine ne fece dono al suo servitore Antonio da Casteldurante. Quest’ultimo, dopo averla fatta restaurare da Calcagni, la vendette per 200 scudi al banchiere Francesco Bandini, famiglia da cui la Pietà prende anche il nome per distinguersi. Di mano in mano la scultura arriverà poi a Firenze nel 1674, dopo essere stata acquistata da Cosimo III dei Medici, granduca di Toscana, per finire prima nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo poi in Cattedrale che lascerà per il Museo dell’Opera del Duomo nel 1981.

“In passato la Pietà – ha detto Rosa – è stata oggetto soprattutto manutenzioni ma sono sempre state considerate operazioni di routine. L’attuale restauro riguarda l’aspetto estetico, mediante una cauta ripulitura”. L’approccio sarà ‘minimo’: l’immagine che si deve mantenere è di un gruppo scultoreo non in ‘bianco e nero’ ma sottilmente modulato e ‘colorato’ dal variare della ‘pelle’ della materia e dalle tracce di lavorazione. “Siamo tutti emozionati, è un’opera importantissima, carica di significato”, il commento di Andrea Pessina, soprintendente Archeologia, belle arti e Paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato.

Fonte: Ansa 

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