“Chernobyl l’ombra lunga”: il peggior disastro della storia in mostra a Bologna

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C’è una mostra fotografica a Bologna che tenta di raccontare il peggior disastro nucleare della storia, quello che avvenne in Ucraina, la notte del 26 aprile 1986. Si chiama “Chernobyl: l’ombra lunga” e propone quattordici scatti, scattati all’esterno e all’interno della centrale, del fotografo-documentarista Gerd Ludwig.


L’esposizione bolognese si presenta in realtà come la presentazione di un progetto di più ampio respiro inerente alla fragilità del mondo in cui viviamo e allo sfruttamento delle risorse energetiche, e sarà destinata a sfociare in un’ampia personale.

Chi è Gerd Ludwig?

Per chi non lo conoscesse, Gerd Ludwig, classe 1947, è un fotografo e fotogiornalista tedesco. Dopo aver studiato con il maestro della fotografia tedesca, Otto Steinert, inizia la sua collaborazione con i più importanti magazine tedeschi e internazionali come “Time”, “Spiegel”, “Life” e “Stern”.  

Nel 1990 arriva la grande occasione: firma un contratto con “National Geographic” per un progetto che riguarda i cambiamenti sociali e i problemi ambientali dell’Ex Unione Sovietica.

Per dieci anni fotografa ed è lui stesso testimone della situazione dell’U.R.S.S. Tra i vari luoghi visitati, nel 1993 è la volta di Chernobyl, città simbolo della fine del Comunismo Sovietico e, per i reporter come lui, pietra miliare del fotogiornalismo di fine millennio.

Nel 2005 ritorna nella città ucraina e sarà il primo fotografo occidentale a scendere nei meandri della centrale fino anche al reattore 4, ancora contaminato. Nel 2011 e 2014 è tornato per documentare non solo lo stato della centrale, ma anche la vita della gente e l’ambiente circostante. 

La tragedia di Chernobyl

Nella notte del 26 aprile 1986, nella cittadina industriale di Chernobyl, in Ucraina, alcune manovre azzardate durante una esercitazione notturna agli impianti di sicurezza della centrale nucleare provocano la fusione del nocciolo, l’esplosione del “reattore 4” e il collasso dell’intera struttura che lo proteggeva.

Il risultato è una tragedia dalle proporzioni atomiche. Subito si sprigiona infatti una nube carica di particelle radioattive cinquecento volte più micidiale di quella prodotta delle bombe di Hiroshima e Nagasaki.

Come se non bastasse, ben presto arrivano anche i venti che spargono le particelle nell’atmosfera, contaminando così  intere regioni di Ucraina, Bielorussia e Russia. La nube raggiunge poi gran parte dell’Europa occidentale, contaminata anch’essa (seppure in misura minore).

All’inizio le autorità cercano di nascondere l’accaduto, ma dopo alcuni giorni la verità emerge in tutta la sua drammaticità. Si tratta infatti di una calamità di grado 7, la più grave mai avvenuta in una centrale nucleare. 

Immediatamente viene mobilitato l’esercito, gli abitanti della città sono caricati su autobus e camion ed evacuati in massa, mentre squadre di migliaia di operai e tecnici, chiamati poi liquidators e biorobots, vengono inviate per i primi disperati interventi di contenimento della fuga radioattiva. 

I “biorobot” sono di fatto i veri eroi di Chernobyl: per fare in fretta lavorano in prossimità del nucleo dell’esplosione, anche senza protezioni adeguate, pur sapendo che così avranno i giorni contati a causa dell’esposizione alle radiazioni migliaia di volte oltre la norma. Molti di loro moriranno di tumori e leucemie nell’arco di poche settimane o mesi. Altri vedranno le terribili conseguenze del loro sacrificio manifestarsi nei loro figli. Grazie a loro, però, il reattore viene definitamente chiuso in un sarcofago di cemento armato che imprigiona i materiali radioattivi e si pone fine alla tragedia.

 

Informazioni sulla mostra:

L’esposizione sarà in programma dal 23 gennaio al 15 febbraio alla galleria Ono Arte di Bologna.

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