Anna Frank e la potente memoria del suo diario

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E’ opinione di molti storici ritenere che nella data del 31 marzo 1945 sia morta, nel campo di concentramento di Bergen-Belsen (in Sassonia), Anna Frank, la ragazzina ebrea divenuta uno dei più importanti testimoni al mondo dell’Olocausto.


La storia di Anna Frank è una storia nota, grazie al suo diario, preziosa testimonianza di quegli anni di guerra vissuti ad Amsterdam, dove la furia nazista non risparmiò davvero nessuno: dei 140 mila ebrei residenti nei Paesi Bassi, a fine della guerra ne rimasero solo 35 mila.

La famiglia Frank

La famiglia Frank non è di origine olandese; sia il padre, Otto, che la madre, Edith Hollander, erano tedeschi, l’uno di Francoforte sul Meno, l’altra di Aquisgrana. I due si erano conosciuti per caso nel marzo del 1925, in Italia, durante una vacanza a Sanremo, ed erano convolati a nozze soltanto due mesi più tardi, il 12 maggio 1925. A febbraio del ’26, era nata la loro prima figlia, Margot, seguita tre anni dopo da Anna, precisamente il 12 giugno 1929.

Dalla parte di padre vi era una lunga tradizione di attività bancaria: la famiglia di Otto Frank gestiva a Francoforte una banca specializzata nel cambiavalute, e Otto stesso, negli anni ’10 del Novecento ha vissuto per un periodo a New York, onde meglio affinare i suoi studi economici.

E’ stato proprio su suggerimento della famiglia paterna che Otto decide di trasferirsi ad Amsterdam quando in Germania iniziano a manifestarsi le prime sommosse antisemite. Di lì a poco, nell’ottobre del 1935, Hitler vara infatti le famose leggi di Norimberga che negano la cittadinanza del Reich a chi non ha sangue tedesco, declassando in questo modo gli ebrei al rango di ‘semplici cittadini dello Stato’ e cioè di sudditi; vietati anche i matrimoni misti e la possibilità di esercitare libere professioni; consentito da parte dello Stato il sequestro del loro patrimonio in caso di decesso.

Giunto nei Paesi Bassi, Otto Frank avvia la Opekta, un’azienda finalizzata alla vendita di un composto che aiuta a fare la marmellata in casa. Mentre i genitori si adattano alla nuova vita olandese con qualche difficoltà (la madre infatti inizia a soffrire di depressione), Margot e Anna vivono un’infanzia all’insegna della spensieratezza e del gioco. Anna frequenta l’istituto Montessori e viene descritta da conoscenti e familiari come una bambina estroversa e vivace, tutto l’opposto della sorella più grande, timida e riservata.

Nel novembre del 1938, all’apprendimento della notizia della “Notte dei Cristalli”, ovvero della distruzione violenta e massiccia di tutti i negozi ebraici presenti nella città di Berlino, i Frank, dalla loro nuova dimora olandese, si sentono rassicurati, convinti che il delirio nazista non potesse spingersi fino a là.

La situazione però precipita a maggio del 1940: le truppe tedesche invadono anche il loro Paese neutrale con l’obiettivo di entrare in Francia e occupare Parigi. Il 10 maggio sono a Rotterdam, il 15 ad Amsterdam.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale

In Europa la guerra era scoppiata da circa un anno per volere di Hitler che voleva concretizzare i suoi progetti di conquista dell’Est Europa per offrire alla sua nazione quel tanto agognato spazio vitale, il Lebensraum, che le era stato sottratto dal trattato di Versailles. Dopo l’Anschluss, l’annessione dell’Austria, nel 1938, e quello dell’Ungheria, l’anno successivo, tocca ora alla Polonia. Solo che questa volta la Francia e l’Inghilterra decidono di intervenire e dichiarano guerra alla Germania.

Desta ancora stupore vedere oggi come la Germania sia riuscita in pochissimo tempo a realizzare la sua guerra lampo, conquistando intere nazioni. Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, e poi ancora Olanda e, in ultimo, la Francia cadono letteralmente ai suoi piedi.

Parallelamente a questi successi militari, Hitler porta avanti anche i suoi progetti di purificazione della razza tedesca, quella ariana, a lungo minacciata da quella ebraica. Per questo compito estremamente delicato si era affidato a uno dei suoi uomini di fiducia, Heinrich Himmler, capo delle SS, la polizia speciale del Reich. Questi, già dopo la vittoria del partito nazista (nel 1933) aveva fatto progettare i primi campi di concentramento, come quello di Dachau, nei pressi di Monaco di Baviera. La soluzione finale, ovvero lo sterminio della razza ebraica, sarà pianificata a partire dal 1941, con l’istituzione dei campi di sterminio. Quelli di Auschwitz, Chemlno, Trebilnka, Sobibor e Belzec sono, tristemente, i più noti.  

Il diario

Nel 1941, la situazione per gli ebrei in Olanda si fa sempre più drammatica e complicata, a causa dei rastrellamenti divenuti nel giro di un anno sempre più massicci. E quando la figlia Margot riceve da parte dell’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica ad Amsterdam un invito a comparire ai fini della successiva deportazione in un campo di lavoro, Otto capisce che se vuole salvare la sua famiglia deve trovare al più presto una via di fuga. Elabora così un piano: nascondersi assieme a moglie e figlie nella casa retrostante l’edificio in cui aveva sede la sua ditta. Questa casa nascosta era una struttura a tre piani che si trovava appunto dietro l’edificio di lavoro. Al primo piano c’erano due piccole camere con bagno e toilette; al secondo due camere, e al terzo, un sottotetto. La porta che, dall’ingresso principale, conduceva a questo “retro” era nascosta da una libreria girevole.

Così il 6 luglio 1942, alle sette e mezzo di mattina, i Frank si spostano al rifugio. Ed è qui che Anna inizia ufficialmente a scrivere il suo diario, che le era stato regalato dal padre in occasione del suo tredicesimo compleanno (in realtà alcune pagine aveva iniziato a scriverle nei mesi precedenti, ma è soltanto nella ‘tana’ che la sua attività di scrittura si intensifica e assume anche uno scopo ben preciso, quello della sopravvivenza).

Nelle pagine del suo diario, Anna racconta così il proprio isolamento, la pesantezza di una vita da reclusi in uno spazio che non aveva ventilazione, dove dalle otto della mattina fino alle cinque del pomeriggio non si poteva fare rumore: né alzarsi, né tantomeno andare in bagno; dove non ci sono finestre e il solo contatto verso l’esterno è la vista della cattedrale da una piccola vetrata posta nella soffitta.

La famiglia resterà in questo edificio per ben due anni; assieme a loro, nel frattempo, si sono aggiunte altre quattro persone: dopo appena una settimana, i coniugi van Pels con il loro figlio Peter, di tre anni più grande di Anna, e nel novembre 1942, il dentista Fritz Pfeffer.

La potenza delle sue parole

Chi legge oggi il diario di Anna, noterà il suo passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza: se nelle prime pagine a raccontare del suo isolamento è una bambina capricciosa, poi la voce sarà quella di una ragazza consapevole.

Anna, infatti, ci racconta del suo corpo che cambia e della sua curiosità per il sesso, dei suoi sentimenti – in un misto tra amore e odio – per Peter, delle liti con la madre, e del rapporto di tensione che sempre più spesso si respira tra tutti gli inquilini della casa. Arriva addirittura a mettere in dubbio che il padre amasse veramente sua madre, supponendo che l’avesse sposata soltanto per motivi economici.

Ma in queste pagine, Anna non si risparmia anche delle riflessioni più mature sulla guerra e sulla triste condizione patita dagli ebrei, delle deportazioni e della taglia che era stata messa sulla loro ‘razza’. (Di tali notizie, Anna ne era al corrente poiché ogni sera nella tana ascoltavano Radio Londra).

Ed è proprio nella dura realtà di queste parole che noi lettori riusciamo a comprendere tutta la brutalità e la sofferenza generata dalla guerra.

L’arresto e la deportazione nei campi di concentramento

Nella mattina del 4 agosto 1944, dopo due anni di isolamento, le SS scoprono il rifugio. A fare la spia un ignoto mai identificato. I Frank, i van Peels e Fritz Pfeffer vengono dapprima trasferiti nel campo di transito di Westerbork, dove vi rimangono per un mese, per poi essere smistati nei rispettivi campi di concentramento.

Il padre Otto e Peter finiranno al campo di Birsfelden, presso Basilea, la madre Edith in quello di Birkenau; mentre Anna e la sorella in quello di Bergen-Belsen.

Degli otto del rifugio soltanto Otto ritornerà vivo: la moglie era morta appena arrivata al campo, le figlie, Anna e Margot, muoiono di tisi (la data della loro morte non è nota con certezza, ma è solitamente indicata come avvenuta a fine marzo), mentre il giovane Peter morirà nel campo di Mauthausen, dove vi era arrivato dopo aver intrapreso una lunghissima ed estenuante Marcia della Morte.

Ironia della sorte è che tutto questo sia successo a pochi mesi dalla fine della guerra: tanto gli americani quanto i russi distavano infatti solo pochi chilometri dalle frontiere tedesche.

Con lo sbarco degli Alleati in Normandia, a giugno del 1944, la Germania aveva di fatto perso ogni possibilità di vincere la guerra. Eppure fino all’ultimo giorno i Nazisti non rinunciarono mai ai loro progetti di sterminio, convinti in fondo che di quell’orrore nessuno ne sarebbe mai venuto a conoscenza, nemmeno in caso di sopravvissuti poiché non avrebbero mai trovato nessuno disposto a credere alle loro storie.

L’eterna voce del diario

Dopo la liberazione dei campi di sterminio, trovare le parole per raccontare quanto accaduto è stata sin da subito un’impresa ardua. Eppure quelle parole andavano trovate e dette, ripetute e scritte per risarcire almeno in parte la memoria delle vittime.

Lo comprende presto Otto, il padre di Anna, che nel 1947 decide di pubblicare il diario della figlia, conservatosi durante la prigionia grazie alla fedele segretaria e protettrice del rifugio, Miep Gies.

Sin da subito, il diario fu un successo e venne pubblicato in tutto il mondo. Primo Levi scriverà in “Sommersi e salvati” che “una singola Anna Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così, se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere”. In fondo infatti è proprio questa la forza del diario di Anna.

Perciò oggi, a distanza di più di settant’anni, non possiamo fare a meno di chiederci se i sopravvissuti di questa tragedia siano stati davvero ascoltati o se invece meritino da parte nostra una maggiore attenzione. 

 

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