Antonio Ligabue, il genio tormentato in mostra al Vittoriano

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“Ligabue non può non sorprendere, non sgomentare, e non convincere, con lo spettacolo sbalorditivo di questa sua tenebrosa violenza e magica perizia di pittore, che sa darci in un unico impasto (umano, subumano o oltreumano?) l’ordine e il disordine dell’uomo e del creato”. (Giancarlo Vigorelli)

 

Rivincita. Rivalsa contro una critica schierata su rigidità accademiche, decisa a tacciare come ingenuo, incolto e impreparato colui che si è poi rivelato uno dei capisaldi dell’arte del Novecento. Con questo scopo il Complesso dei Vittoriano di Roma spalanca le porte ad Antonio Ligabue, il genio tormentato del ventesimo secolo.

Ai posteri l’ardua sentenza. Perché se è vera la frase che ‘gli artisti vengono apprezzati solo dopo morti’, è tanto più vero quando si parla di Ligabue. Così fino al prossimo 8 gennaio, è possibile entrare in Aula Brasini con occhi nuovi, ammirando le circa 100 opere esposte e incentrate sull’attualità del lavoro dell’artista svizzero, che di Gualtieri fece la sua patria acquisita fino alla morte.

Autodidatta, e forse per questo bistrattato dai critici.

Vagabondo, come i suoi anni trascorsi a girovagare, prima del trasferimento nella cittadina emiliana.

Gualtieri, che gli regala un incontro speciale, quello con Renato Marino Mazzacurati, artista della Scuola Romana ed esponente di correnti avanguardiste – cubismo, espressionismo, realismo – che comprende il suo genio e gli insegna l’uso del colore a olio.

In costante e forsennata ricerca di riconoscimento. Che difficile e tormentata vita è quella di Ligabue. Una lotta senza fine, come quella che rappresenta in tutte le sue opere:

la sopravvivenza di animali della foresta, gli autoritratti in cui coglie alla perfezione l’amarezza e il tormento che lo hanno segnato fin da piccolo. Il supplizio di non sentirsi compreso, riconosciuto. Da piccolo come da grande. Sotto il profilo umano e artistico. Si rincuora talvolta dipingendo il lavoro dei campi e gli animali, che tanto ama. Cani in primis.

Come spiega Sergio Negri, che insieme a Sandro Parmiggiani ha curato la mostra: “Ligabue non è un artista ingenuo, impreparato, o incolto, come sino a pochi anni fa si voleva far credere, ma un autentico pittore autodidatta dotato di abilissimo talento creativo, di una genialità fuori dal comune, non recepiti a suo tempo, soprattutto per la carenza di un adeguamento all’evolversi di nuove stagioni creative, da parte di una critica deliberatamente ancorata a schemi accademici, la quale di conseguenza si trova così poco incline ad analisi approfondite intorno a inconsuete e tormentate figurazioni pittoriche, spesso messe in essere da artisti con evidenti problemi di sofferenza psichica”.

Tra oli, disegni e una parte dedicata alla sua incredibile vicenda umana, l’allestimento capitolino è suddiviso in tre sezioni, esattamente le parti riconoscibili della sua vita di uomo e artista.

  • Gli anni dal 1928 al ’39. Il periodo dell’immaturità grafica di Ligabue. L’uso del colore è incerto, tenue e l’impianto delle opere semplice. Si cimenta nel dipingere animali esotici, feroci, domestici e da cortile, in cui si evince un’ottica ancora primitiva e debole, ma da cui traspare già un grande sensibilità creativa. Lo si vede perfettamente in opere come ‘Caccia grossa’, ‘Leopardo con Gazzelle’ (1928-29) e ‘Tacchini con paesaggio’ (1934-36). Sono corpi sapientemente studiati nella loro anatomia e nelle pose, quelli degli animali che rappresenta, rielaborati nella sua geniale mente visionaria.
  • Il periodo 1939-’52. Gli anni in cui emerge un altro Ligabue, capace di mettere in scena una vera e propria apoteosi del colore. Tonalità calde, dal rosso all’arancione, fino alle miscele di blu, verde e giallo, riempiono le sue tele e lo avvicinano al climax della sua produzione creativa. Fermo restando il fervido ancoraggio al dramma esistenziale, delineato attraverso l’aggressività animale, come in ‘Aquila con volpe’ . Una carica espressiva forte, spietata e urlata, ad esprimere i sentimenti contrastanti che il suo animo è obbligato a far convivere dentro sé.
  • La terza sezione descrive gli anni dal 1952 al ’62, l’ultimo decennio di produzione dell’artista, quando una paresi lo blocca e lo accompagna inesorabilmente alla morte, avvenuta nel 1965. Il lavoro pittorico di questo periodo scorre come un fiume in piena, mette da parte i tono accesi, l’espressività esasperata, privilegiando figure e stili più sobri, ma non per questo meno densi di significato. L’argomento scelto diventa centrale a discapito della modalità pittorica. E lo si nota dai soggetti in primo piano che Ligabue ingrandisce all’ennesima potenza, fino quasi a deformare. ‘Autoritratto con moto, cavalletto e paesaggio’ del 1953-1954 e ‘Vedova nera con volatile’ del 1955-’56, ne sono straordinario esempio.

Ridare ad Antonio Ligabue il posto che gli spetta di diritto nella storia dell’arte. Questo è l’intento della mostra al Vittoriano, promossa dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue e Comune di Gualtieri e organizzata da Arthemisia group e C.O.R.  Esattamente come tentò di fare un’altra mostra romana, quella del 1961, cinquantacinque anni fa, pochi anni prima della sua morte, allestita alla Galleria Barcaccia di Roma.

La prima in assoluto dedicata al pittore di Gualtieri. Un travolgente successo, echeggiante sui quotidiani nazionali e internazionali dell’epoca, tanto da creare il ‘caso Ligabue’ e da spingere il mondo a interessarsi, finalmente alla sua opera. Oggi l’artista, che per tutta la vita portò dentro di sé e nei suoi dipinti il tormento dell’abbandono e dell’emarginazione, è di nuovo accolto in quella Roma che lasciò cadere, sicuramente troppo tardi, tutta l’avversione che su lui si è riversata per anni.

“Un riconoscimento che certo non può riscattare le sofferenze e le umiliazioni, l’emarginazione e l’ostracismo, il diffuso disinteresse, nel corso di gran parte della sua esistenza, per un’opera che parve a molti indegna di considerazione – salvo qualche occhio attento di pittori e di critici, come, tra gli altri, Marino Renato Mazzacurati, Arnaldo Bartoli, Andrea Mozzali, Luigi Bartolini, Roberto Tassi, Leonardo Borgese, Giancarlo Vigorelli, Lorenza Trucchi –, quell’ansiosa ricerca di “qualcosa d’assente” che tormentò Antonio per tutta la vita”, secondo Sandro Parmiggiani, curatore della mostra.

Credits: Ufficio stampa Arthemisia Group

 

Info utili:

Titolo
Antonio Ligabue

Sede
Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Roma

Date al pubblico
11 novembre 2016 – 8 gennaio 2017

Orario apertura
dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30
Venerdì e sabato 9.30 – 22.00
Domenica 9.30 – 20.30
(La biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti
Intero € 10,00
Ridotto € 8,00

Informazioni e prenotazioni
T + 39 06 87 15 111

Sito
www.ilvittoriano.com

Fonte: Arthemisia Group

 

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