Coprifuoco alle 22, weekend chiuso. Per i locali sarebbe il colpo fatale

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Il governo pensa a un coprifuoco alle 22 e una stretta nel fine settimana per evitare il lockdown di Natale e arginare la crescita dei contagi, ma la Fipe insorge e parla di colpo di grazia per ristoranti e bar. Per Confindustria un lockdown anche se limitato costerebbe 16 miliardi alla settimana. Un disastro per l’agroalimentare.


L’ansia di un possibile lockdown di Natale, insieme al rialzo costante del numero dei contagi e ai provvedimenti restrittivi già in atto in molti Stati europei, stanno generando smarrimento e preoccupazione in Italia. Le parole, due giorni fa, di Andrea Crisanti, direttore Microbiologia e virologia dell’università di Padova, che ha parlato proprio di una possibilità concreta di un nuovo isolamento generale, si sono abbattute come un ciclone sul nostro Paese. E se da un lato il Premier, Giuseppe Conte, continua ad escludere questa possibilità, dall’altra è al lavoro insieme al Governo per trovare nuove soluzioni in grado di tamponare la diffusione del virus, che sta correndo un po’ ovunque in Italia. Un primo, drastico, provvedimento potrebbe essere un coprifuoco generale alle 22 e, forse già nelle prossime ore, una chiusura generale nel weekend (In Lombardia, per effetto di un’ordinanza del Governatore Attilio Fontana, bar chiusi da domani alle 21 e ristoranti alle 23). Un’ipotesi che ha scatenato l’immediata reazione della Fipe, che parla di colpo di grazia per ristoranti e bar dopo che solo giovedì Conte aveva ricevuto i vertici della Federazione impegnandosi a trovare soluzioni ragionevoli.

A poche ore dall’entrata in vigore dell’ultimo Decreto ecco affacciarsi già l’ipotesi di una chiusura generalizzata alle 22. Senza tanti giri di parole, si tratterebbe di un coprifuoco come quello già in vigore in tante città della Francia, che implicherebbe, gioco-forza, la chiusura di tutti i bar e ristoranti ben prima di quell’ora (si parla delle 21 o delle 21.30, ma sono solo ipotesi). Un’eventualità che se da un lato potrebbe contribuire a rallentare i contagi, contrastando ancora più pesantemente la movida – e, quindi evitare il lockdown generale – dall’altro costringerebbe di nuovo i titolari dei pubblici esercizi a serrare la cinghia ancor più di quanto non stiano già facendo da mesi. Proprio nel momento in cui, almeno i ristoratori, avevano scampato il pericolo di chiudere anticipatamente, come paventato prima della firma dell’ultimo Dpcm. I contagi stanno crescendo, è vero, ma com’è possibile che a soli tre giorni dalla firma di un decreto partorito dopo giorni e giorni di tira e molla, si stia già pensando di superarlo senza neppure aspettare gli effetti dei provvedimenti appena entrati in vigore?

La domanda è lecita, eppure forse una risposta c’è: nel mondo delle imprese e del commercio c’è infatti chi preme affinché vengano messe in pista già da subito restrizioni ancora più severe per limitare i movimenti, ma senza danneggiare gran parte delle attività produttive e se la situazione relativa ai contagi da Covid-19 dovesse peggiorare ulteriormente appaiono disposte a sacrificarsi a un nuovo lockdown, ma già a fine ottobre o al limite a novembre, salvaguardando . E già si parla di una stretta in vista di Halloween, che cade proprio nell’ultimo fine settimana di questo mese, proprio per evitare di chiudere tutto nel periodo delle feste natalizie, che per tanti commercianti, ristoratori compresi, resta uno dei periodi più redditizi di tutto l’anno.

LA REAZIONE DELLE IMPRESE

Non a caso, secondo una stima del Centro Studi di Confindustria, un lockdown di Natale (da evitare ad ogni costo) rischia di costare fino a 16 miliardi di euro a settimana, pari allo 0,8% del Prodotto interno lordo. Tuttavia non è facile al momento fare calcoli precisi sul costo di un’eventuale serrata natalizia, soprattutto perché ancora non si ha notizia sul tipo di chiusura che verrà eventualmente applicata nel caso si arrivasse a un tasso di contagio molto elevato. «Sappiamo però che l’intensità dell’impatto sul Pil dipende dall’ampiezza e dal numero delle aree in cui vengono introdotte misure di contenimento delle attività e degli spostamenti delle persone, oltre che dalla quota di valore aggiunto territoriale suddiviso tra industria e servizi», spiegano dal Centro studi di Confindustria.

Forte preoccupazione è stata espressa dal segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli: «Le oltre 500mila aziende che rappresentiamo hanno subito mediamente durante il primo lockdown un calo del fatturato del 60%, ma in caso di lockdown natalizio l’asticella si alzerà ulteriormente. Per un’impresa su tre questo si tradurrà in un colpo da ko. Bisogna evitare a tutti i costi un nuovo stop alle attività produttive e potenziare al contrario le altre limitazioni capaci di abbassare la curva. Meglio il coprifuoco, soluzione scelta da Parigi, che una nuova serrata».

Confcommercio sottolinea invece che i consumi di Natale rimangono centrali nella spesa degli liani. Solo nel mese di dicembre, valuta il Centro Studi dell’associazione, la spesa complessiva per consumi vale circa 110 miliardi di euro su un totale annuo di 900 miliardi: «Considerato che nel 2020 si avrà a consuntivo una perdita rilevantissima di spesa, che impatterà anche su dicembre – spiegano dall’associazione – allora il prossimo Natale, pure per la grande quantità di risparmio forzoso accumulato dagli italiani durante il lockdown, potrebbe costituire per milioni di famiglie un’occasione per effettuare acquisti desiderati e rimandati».

Per Mariano Bella, capo dell’Ufficio studi di Confcommercio, ci sono 30 miliardi di euro di consumi aggiuntivi da salvaguardare a dicembre. «Queste spese extra, capaci di dare un importante sollievo alle finanze pubbliche grazie al maggiore gettito che ne consegue – dice Bella – derivano principalmente dalle tredicesime e sono fortemente collegate alle festività natalizie. Oggi il 10% delle realtà del commercio al dettaglio, 270 mila imprese, rischiano di chiudere definitivamente, ma in caso di lockdown natalizio il numero delle aziende in questa situazione è destinato a crescere, diventeranno almeno 330 mila. Per questo diciamo no a una nuova serrata».

SCUOLA E SMART WORKING

Tornando alle intenzioni del Governo, non c’è soltanto la questione dei locali pubblici a tenere banco. Da un lato si sta riproponendo la necessità di tornare ad estendere lo smart working, come chiede la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, dall’altro c’è la pressione di alcune Regioni affinché le lezioni, almeno delle scuole superiori, tornino ad essere fatte a distanza. In Campania, dove nelle ultime 24 ore i contagi sono cresciuti di oltre mille unità, la chiusura delle scuole è già scattata, mentre anche s Milano l’indice di contagio Rt è schizzato sopra 2.

SPORT, CINEMA E PALESTRE

E se la scelta del Governatore Vincenzo De Luca sta facendo discutere (l’indice di contagio nelle scuole di tutta Italia, infatti, è molto basso), il ministro delle Autonomie, Francesco Boccia, ha paventato «l’interruzione di attività sociali e culturali a maggior rischio di assembramento», come oalestre, saloni di bellezza, cinema, teatri e sport di base.

Fonte: Sergio Cotti, Italia a Tavola

 

 

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