Afghanistan: a rischio un antico sito buddhista

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Roma. Ancora statue di Buddha in pericolo in Afghanistan. A minacciarle stavolta non sono solo i taleban, che nel 2001, distrussero, nel loro furore iconoclastico, i colossi scavati nella roccia della valle di Bamiyan. I rischi arrivano adesso dagli appetiti economici di un gruppo minerario cinese e, in seconda battuta, di multinazionali statunitensi.


Sotto il sito archeologico di Mes Aynak, uno tra i più grandi del mondo, con centinaia di templi buddhisti, posati su civiltà risalenti a 5 mila anni fa e circondato da un panorama degno di Machu Picchu, si trova infatti un giacimento di rame dalle potenzialità enormi, dato in leasing ai cinesi nel 2007.

Da allora è una battaglia senza tregua tra chi vuole salvare la memoria e, un domani, il ritorno del turismo culturale in Afghanistan, e chi pensa al profitto immediato. Grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica suscitata dal documentario “Saving Mes Aynak”, firmato dal regista Brent Huffmann e dal capo della missione archeologica afghana Qadir Temori, il ministero dell’Informazione e della Cultura afghano ha autorizzato proprio in questi giorni una terza fase triennale di scavi archeologici, che saranno finanziati dalla Banca Mondiale.

Nell’ottobre 2017, l’Unesco aveva offerto la sua protezione al sito, senza però dichiararlo Patrimonio dell’Umanità, come speravano in molti. 

A Mes Aynak, una vallata brulla, increspata di scavi e fortificazioni in una zona tradizionalmente sotto il controllo dei taleban, gli archeologi locali e internazionali hanno riportato alla luce negli ultimi anni monasteri buddhisti a più piani, migliaia di statue, manoscritti, monete, monumenti sacri, mura, costruiti tra il II e il VI secolo dopo Cristo.

Tutto ciò edificato su strati di città più antiche. Per poter disseppellire con accuratezza il sito ci vorrebbero decenni e enormi investimenti, ma il tempo stringe – come racconta il documentario “Saving Mes Aynak”. La China Metallurgical Group Corporation ha promesso investimenti per 3 miliardi di dollari, infrastrutture, lavoro per migliaia di abitanti locali, altrimenti a rischio di essere arruolati dai taleban. In caso di rinuncia da parte di Pechino, si sono già fatte avanti imprese americane, spiega il sito di “Saving Mes Aynak”. 

Il sito è circondato da più di 100 postazioni di controllo e pattugliato giorno e notte da un corpo di 1.700 agenti di polizia. Gli scavi sono già in pericolo, non solo per i possibili attacchi dei taleban, ma soprattutto per quotidiani furti e depredazioni di oggetti preziosi. 
Il clima violento dell’Afghanistan di oggi appare – spiega l’archeologo Qadir Temori – in netto contrasto con lo spirito di tolleranza e convivenza che si viveva ai tempi del fiorire del complesso buddhista agli inizi dell’era cristiana.

Mes Aynak era un centro spirituale di primaria importanza e si trovava in un’area estremamente civilizzata, punto di incontro non solo tra le grandi religioni asiatiche, buddhismo, induismo e zoroastrismo, ma anche di scambi culturali e commerciali tra antichi greci, persiani, popoli dell’Asia centrale e indiani.

Era il centro del mondo”, afferma ancora Qadir Temori, con la speranza che, anche nell’Afghanistan moderno alla fine si possano conciliare “le esigenze della cultura e dell’economia, in un nuovo clima di dialogo e sicurezza”.

Fonte: ANSA

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