A Venezia una grande mostra su Osvaldo Licini

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Sessanta anni fa Osvaldo Licini (1894 – 1958) fu insignito del Gran Premio per la pittura durante la XXIX edizione della Biennale di Venezia, per festeggiare questo importante anniversario la Collezione Peggy Guggenheim ha organizzato la grande retrospettiva “OSVALDO LICINI. Che un vento di follia totale mi sollevi”, aperta al pubblico dal 22 settembre al 14 gennaio.


Attraverso più di cento opere esposte in in undici sale, il visitatore ripercorre il dirompente e tormentato percorso artistico dell’artista marchigiano, la cui carriera fu caratterizzata da momenti di crisi e cambiamenti stilistici apparentemente repentini.

Licini mise al centro della sua ricerca artistica la pittura stessa, con la conseguente incessante e sofferta sperimentazione formale espressa nelle sue opere, mai veramente ultimate e costantemente ripensate. 

Dopo la formazione in una Bologna ricca di fermenti artistici non solo per la presenza di altri giovani come Giorgio Morandi, ma anche degli artisti futuristi, Licini non si accontenta del panorama italiano a grazie a ripetuti soggiorni a Parigi tra il 1917 e il 1925, diviene ben presto una delle figure italiane più consapevoli degli sviluppi internazionali dell’arte pittorica.

Osvaldo Licini
Ballerine, 1917
Olio su tela
59,5 x 45,5 cm
Collezione privata

 

Forse anche per questo egli ha progressivamente assunto e difeso una posizione di indipendenza all’interno del panorama artistico italiano, senza mai veramente aderire a movimenti o gruppi, un’indipendenza ribadita anche dalla scelta di stabilirsi nell’isolato borgo natio di Monte Vidon Corrado.

Osvaldo Licini
Nudo, 1926
Olio su tela
66 x 82 cm
Collezione privata

Qui vive e respira i paesaggi marchigiani, colli resi già celebri dai versi di Giacomo Leopardi, da cui non riesce a staccarsi, soprattutto pittoricamente, tanto da farne il soggetto della sua prima fase figurativa degli anni ’20, a cui appartengono opere come Paesaggio con l’uomo (Montefalcone), del 1926 e Paesaggio marchigiano (Il trogolo), del 1928. E sono queste stesse vedute a fare da sfondo con la loro sinuosa linea dell’orizzonte anche alla successiva transizione dal realismo all’astrattismo dei primi anni ‘30, come si può già notare in Paesaggio Fantastico (Il Capro) del 1927.

Nel tentativo di evadere da un’Italia artisticamente dominata sempre più da un realismo supportato dal regime fascista, Licini si volge alla non figurazione, inserendosi nel composito clima culturale milanese degli anni ’30, centro propulsore dell’astrattismo italiano e del Razionalismo.

Coinvolto nelle attività della Galleria “Il Milione”, esponendovi nel 1935, Licini mantiene una posizione personale, con artisti come Fausto Melotti e Lucio Fontana, le cui sperimentazioni scultoree del 1934-35 sono incluse in mostra.

Un linguaggio astratto atipico il suo, attento alla geometria, ma anche all’intensità cromatica che entra con forza nella struttura compositiva, evitando sempre campiture piatte e compatte a favore di superfici pittoricamente sensibili e vibranti.

È una geometria che è diventata “sentimento”, intrisa di lirismo, evidente in opere come Castello in aria, del 1933-36, o Obelisco, del 1932. Una posizione così particolare non poteva che attrarre un collezionismo altrettanto sofisticato e l’interesse di molti intellettuali italiani.

Osvaldo Licini
Memorie d’Oltretomba, 1938
Olio su tela
43 x 35 cm
Collezione privata, courtesy Lorenzelli
Arte, Milano

Le opere di Licini degli anni ’30 sono concepite tra i due poli di astrazione e figurazione e sono dedicate ai temi dell’Olandese volante, dell’Amalassunta e dell’Angelo ribelle.

In queste opere iniziano ad apparire dei ‘personaggi’, in principio semplicemente lettere o simboli dal significato misterioso. Le opere più iconiche di Licini, presentate in gruppo alla Biennale di Venezia del 1950, sono tuttavia quelle dedicate al soggetto di Amalassunta, secondo le parole dell’artista ‘la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco’.

L’ampia selezione di quadri di Amalassunta offerta in mostra propone al visitatore le molteplici sfaccettature della personalità di Licini, dal lato lirico e contemplativo a quello più ironico e dissacrante.

Nelle opere realizzate dal finire degli anni ’40 in poi convergono tematiche, stilemi e il mai risolto rovello della pittura, che fanno emergere Licini come un grande protagonista del modernismo italiano e internazionale, confermato dal premio conferitogli pochi mesi prima della morte alla Biennale di Venezia del 1958. Una fotografia scattata in quell’occasione ritrae Peggy Guggenheim in visita alla sala dedicata a Licini, attestando il sicuro interesse della collezionista nei confronti dell’opera dell’artista.

Informazioni:

OSVALDO LICINI. Che un vento di follia totale mi sollevi

Venezia, Collezione Peggy Guggenheim

22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019

Orario: 10 – 18 chiuso il martedì 

Biglietto:

Intero euro 15

Seniors euro 13 (oltre 65 anni)

Studenti euro 9 (entro i 26 anni)

Bambini (0-10 anni) 

Sito:  www.guggenheim-venice.it

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